Il quadrato del Sator è una struttura a forma di Quadrato magico composta dalle cinque parole latine : SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS, che, lette una di seguito all'altra, danno luogo ad un palindromo (che è una frase che rimane identica se letta da sinistra a destra o viceversa, come potete verificare subito in questo caso).
Disponendo le parole su una matrice quadrata (come in figura), si ottiene una struttura che ricorda quella dei quadrati magici numerici. Le cinque parole si ripetono se vengono lette da sinistra a destra e da destra a sinistra, oppure dall'alto al basso o dal basso in alto. Al centro del quadrato la parola TENET forma una croce palindromica.
Il curioso quadrato magico è visibile su un numero sorprendentemente vasto di reperti archeologici, sparsi un po' ovunque in Europa. Ne sono stati rinvenuti esempi nelle rovine romane di Cirencester, l'antica Corinium, in Inghilterra, nel castello di Rochemaure, a Oppède in Vaucluse, a Siena sulla parete del Duomo di fronte al Palazzo Arcivescovile, nell'abbazia Certosa di Trisulti a Collepardo in provincia di Frosinone, a Santiago di Compostela in Spagna, ad Altofen in Ungheria, solo per citarne alcune.
Altre chiese medioevali ancora nelle quali si registra, in Italia, la presenza della frase palindroma (in forma di quadrato magico oppure in forma radiale o circolare - sono la Pieve di San Giovanni a Campiglia Marittima, la chiesa di San Pietro ad Oratorium a Capestrano (AQ), la Chiesa di San Michele ad Arcè frazione di Pescantina (Verona), ed altri ancora.
L'esempio più antico e più celebre è quello rinvenuto nel 1925 negli scavi di Pompei, inciso sulle scanalature di una colonna della Grande Palestra: esso ha avuto una grande importanza negli studi storici relativi alla frase palindroma; a partire da questo ritrovamento, il quadrato del Sator viene anche detto latercolo pompeiano.
L'ultimo ritrovamento italiano risale al luglio del 2007: un gruppo di giovani siciliani durante una uscita notturna ha rinvenuto il Quadrato del Sator inciso sulle dismesse travi di un vecchio scheletro d'abitazione, accompagnato dai disegni di un oplita greco e da quello di un geroglifico, oltre che all'epigrafe latina "Sum gaudens horizonti tuo nomine viventis in perpetuum", in località Sciara di Scorciavacca, nel territorio di Presa, in provincia di Catania.
Qual è il significato del quadrato magico? Per quale ragione ha avuto tanta diffusione?
Osservando l'insieme delle lettere che lo compongono rileviamo che esse possono servire a comporre una croce nella quale la parola "PATERNOSTER" si incrocia sulla lettera N: avanzano due A e due O, che possono porsi ai quattro estremi della croce, come fossero l'alfa e l'omega, il principio e la fine. Il quadrato sarebbe dunque una crux dissimulata, un sigillo nascosto in uso tra i primi cristiani ai tempi delle persecuzioni. Un ipotesi smentita però dal curioso ritrovamento di Pompei: nel 79 d.C la religione cristiana era scarsamente diffusa in Italia e sembra abbastanza improbabile quindi che l'epigrafe fosse opera di un seguace della religione che li ad un secolo si sarebbe comunque diffusa in tutto l'Impero. Il mistero continua.
lunedì 31 marzo 2014
venerdì 28 marzo 2014
Il Simposio di Platone
.. tocca infine al sapiente Socrate che invece di encomiare e lodare Eros fa un discorso sulla sua natura. Eros, dice Socrate, non è il più antico degli Dei ne il più bello. Egli, anzi, non è nemmeno un Dio. Poiché l’Amore è la volontà di possesso del bello e la volontà di possesso si prova per ciò che non si ha, Eros non può essere bello. E poiché gli Dei sono, per definizione, belli e felici, egli non può essere un Dio. Socrate spiega, citando un discorso fattogli da una saggia donna, che Eros è partecipe della natura degli Dei e di quella degli uomini, divenendo così il collegamento tra il divino e l’umano. Eros è quindi un demone (inteso classicamente e non come si intende oggi la parola). Egli è giovane, ultimo nato tra i figli degli Dei. Secondo una leggenda che Socrate narra egli fu concepito durante la festa per i natali di Afrodite e per questo egli brama il bello sopra ogni cosa. Sua madre era una donna misera che soleva chiedere la carità. Essendo alla festa per raggranellare le elemosine, le capitò di vedere un dio, Ingegno, dormire per terra per aver troppo bevuto. Ella si sdraiò al suo fianco e concepì Eros che dal padre ha ereditato la capacità di escogitare il modo di ottenere ciò che desidera e dalla madre lo stato di miseria che lo induce a desiderare sempre.
Finito il discorso di Socrate, il simposio viene interrotto dall’arrivo di Alcibiade. Egli è un giovane di bell’aspetto che si è visto rifiutare i favori da Socrate. Invitato a tessere l’encomio di Eros egli preferisce tessere quello di Socrate. Il suo discorso elogia il filosofo ma ne parla anche male. Si percepisce la delusione e la rabbia per non aver avuto ciò che bramava: la sapienza di Socrate in cambio della sua bellezza.
Il “Simposio” è un testo iniziatico e per iniziati. Lo dimostra il personaggio di Alcibiade. Egli, pur bello esteriormente, non è in grado di realizzare quella bellezza interiore che rende l’uomo divino. Non è dunque Socrate a non aver dato la sapienza ad Alcibiade ma piuttosto questi a non essere stato in grado di coglierla. Ma questo Alcibiade non lo capisce e pur desiderando Socrate ancora, prova rabbia per il rifiuto ricevuto. Non a caso egli giunge al simposio già ubriaco, a rappresentare l’uomo che non ha una visione chiara, e vi giunge solo dopo che i discorsi iniziatici sono terminati.
Vino e carciofi, sette abbinamenti possibili
Carciofi e vino. I manuali di tecnica di degustazione danno per impossibile l’abbinamento. Ma nulla è impossibile. Soprattutto se il carciofo è quello di Niko Romito, lo chef tristellato Michelin per il quale semplicità, essenzialità, sottrazione, in una parola cucina di prodotto, sono le parole d’ordine. La nostra ‘nemica’ nell’abbinamento con i carciofi è la cynarina, responsabile di sensazioni di dolciastro, amaro e metallico, a seconda delle preparazioni e della soglia di percettibilità del degustatore. La ricetta di Niko è strabiliante: carciofi e rosmarino. Quindi solo carciofo, acqua e resina di rosmarino. Dal gambo, con un’aggiunta del 40% di acqua rispetto al peso si prepara una salsa con cui verniciare il carciofo cotto sottovuoto a 90° per un’ora. Poi si passa in padella, nel forno e si vernicia.
Tornano al palato note di acciuga e di liquirizia, caratteristiche del carciofo, ci dice Niko Romito. Per il nostro abbinamento abbiamo bisogno, di morbidezza, tanti, profumi, freschezza, una certa grassezza e alcolicità. Stavolta ho scomodato i cugini d’Oltralpe saccheggiando la cantina di Hugel&Fils, con una puntata a sorpresa in Calabria.
1. Hugel & Fils – Traminer Tradizione 2011 AOC Alsace
Un bel vino, profumato, bouquet espressivo, vivace, fruttato e aromatico, tipico del vitigno, si esprime con eleganza e delicatezza, nonostante l’importante struttura.; sentori molto floreali di rosa, gelsomino, boccioli di acacia; fruttato intenso con ricordi di frutto della passione, mango ed ananas fresco. Il palato è invaso da una vellutata morbidezza ed elegante opulenza, esaltate da una deliziosa sensazione di freschezza in chiusura. I profumi floreali intensi, la dolcezza del tropicale, e l’alcolicità ne fanno un compagno ideale del carciofo.
Punteggio 96/100. Prezzo: 30 €
Un bel vino, profumato, bouquet espressivo, vivace, fruttato e aromatico, tipico del vitigno, si esprime con eleganza e delicatezza, nonostante l’importante struttura.; sentori molto floreali di rosa, gelsomino, boccioli di acacia; fruttato intenso con ricordi di frutto della passione, mango ed ananas fresco. Il palato è invaso da una vellutata morbidezza ed elegante opulenza, esaltate da una deliziosa sensazione di freschezza in chiusura. I profumi floreali intensi, la dolcezza del tropicale, e l’alcolicità ne fanno un compagno ideale del carciofo.
Punteggio 96/100. Prezzo: 30 €
2. Hugel & Fils , Muscat Tradition 2010 AOC Alsace
Vino secco, abbiamo l’impressione di mordere un grappolo d’uva, vivace di un verdolino brillante, è ricco di profumi e di buona struttura. Il bouquet è dominato dal fruttato. dal floreale e da una discreta aromaticità. Il palato viene rapito dagli aromi del vitigno, è pulito e rinfrescante con una chiusura aromatica. L’alcolicità contrasta con la sensazione di amaro e la freschezza tiene a bada la tendenza dolciastra dei carciofi.
Punteggio 94/100. Prezzo: 22 €
Vino secco, abbiamo l’impressione di mordere un grappolo d’uva, vivace di un verdolino brillante, è ricco di profumi e di buona struttura. Il bouquet è dominato dal fruttato. dal floreale e da una discreta aromaticità. Il palato viene rapito dagli aromi del vitigno, è pulito e rinfrescante con una chiusura aromatica. L’alcolicità contrasta con la sensazione di amaro e la freschezza tiene a bada la tendenza dolciastra dei carciofi.
Punteggio 94/100. Prezzo: 22 €
3. Hugel & Fils – Traminer Linea Classica 2010, AOC Alsace
Profumato, soave, giallo paglierino dorato, profumi varietali alla massima potenza; l’annata 2010 si presenta con uno straordinario equilibrio tra purezza e frutto. La notevole gradazione alcolica è compensata da una buona, ma non invadente,freschezza. Il Traminer per la sua morbidezza è senz’altro tra i migliori abbinamenti.
Punteggio 92/100. Prezzo: 25 €
Profumato, soave, giallo paglierino dorato, profumi varietali alla massima potenza; l’annata 2010 si presenta con uno straordinario equilibrio tra purezza e frutto. La notevole gradazione alcolica è compensata da una buona, ma non invadente,freschezza. Il Traminer per la sua morbidezza è senz’altro tra i migliori abbinamenti.
Punteggio 92/100. Prezzo: 25 €
4. Vermentino di Gallura Superiore D.O.C.G. Vigna ‘ngena 2011 – Capichera
Un vino agile e fresco, molto profumato, rimanda a profumi intensi, floreali, di fiori d’arancio, iris, ginestra, biancospino e fruttati di mela gialla con gradevoli note minerali; al gusto è fresco, con polpa piena e fragrante e si chiude con un bel finale fruttato e persistente pienezza.
Punteggio 92/100. Prezzo: 18 €
Un vino agile e fresco, molto profumato, rimanda a profumi intensi, floreali, di fiori d’arancio, iris, ginestra, biancospino e fruttati di mela gialla con gradevoli note minerali; al gusto è fresco, con polpa piena e fragrante e si chiude con un bel finale fruttato e persistente pienezza.
Punteggio 92/100. Prezzo: 18 €
5. Birra artigianale alla liquirizia di Casa Amarelli
Il richiamo al carciofo è molto netto, l’abbinamento senz’altro indovinato e insolito. E’ una birra non pastorizzata a fermentazione naturale in bottiglia, aromatizzata con preziose radici di liquirizia calabrese.
Punteggio 90/100. Prezzo: 11 €
Il richiamo al carciofo è molto netto, l’abbinamento senz’altro indovinato e insolito. E’ una birra non pastorizzata a fermentazione naturale in bottiglia, aromatizzata con preziose radici di liquirizia calabrese.
Punteggio 90/100. Prezzo: 11 €
E quali sono gli abbinamenti con i carciofi, anzi, con il carciofo proposti da l sommelier Gianni Sinesi al ristorante Reale a Casadonna?
6. Traminer AOC Alsace di Rolly Gasmann 2009
Mitico e difficile da reperire in Italia. Giallo paglierino, naso floreale di petali di rosa, note tropicali mature e loto. Al palato è rotondo e morbido, buna struttura ( 13°alcol) ben equilibrato da una notevole freschezza e concentrazione di aromi .
Prezzo al ristorante: 45 € circa
Mitico e difficile da reperire in Italia. Giallo paglierino, naso floreale di petali di rosa, note tropicali mature e loto. Al palato è rotondo e morbido, buna struttura ( 13°alcol) ben equilibrato da una notevole freschezza e concentrazione di aromi .
Prezzo al ristorante: 45 € circa
7. Polvanera 14 Primitivo 14 Gioia del Colle doc
Rosso fermo, di notevole potenza alcolica (14°), si presenta di colore rosso rubino fitto, al naso rimandi intensi di prugna, ciliegia e susine mature, con sentori di timo tabacco e liquirizia. Al palato è pieno, in buon equilibrio, soprattutto con tannini vellutati e generosa freschezza. I profumi, il richiamo di liquirizia e la morbidezza dei tannini, lo rendono compagno ideale del ‘ carciofo e rosmarino.’
Prezzo al ristorante: 40 € circa
Rosso fermo, di notevole potenza alcolica (14°), si presenta di colore rosso rubino fitto, al naso rimandi intensi di prugna, ciliegia e susine mature, con sentori di timo tabacco e liquirizia. Al palato è pieno, in buon equilibrio, soprattutto con tannini vellutati e generosa freschezza. I profumi, il richiamo di liquirizia e la morbidezza dei tannini, lo rendono compagno ideale del ‘ carciofo e rosmarino.’
Prezzo al ristorante: 40 € circa
L’altro abbinamento, coincide con le nostre scelte. Gianni Sinesi s’allontana dal vino per selezionare la Birra artigianale alla liquirizia di Casa Amarelli in Calabria. Il richiamo al carciofo è molto netto, l’abbinamento senz’altro centrato e inusuale.
Prezzo al ristorante: 22 € circa
Prezzo al ristorante: 22 € circa
Gli italiani di New York, Arthur Avenue e la magia della Little Italy nel Bronx
Per chi vuole immergersi in un angolo dalla cultura e dall’atmosfera italiana, una passeggiata per Arthur Avenue è d’obbligo. Probabilmente, anzi certamente è la vera Little Italy di New York e forse di tutti gli USA; quella infatti di Manhattan può risultare più commerciale e indicata per attrarre i turisti. Ma lungo l’Arthur Avenue non è così. Per raggiungerlo basta recarsi nel quartiere del Bronx chiamato Belmont.
Gli immigrati italiani si sono riuniti in questa zone per riuscire a ritrovare e mantenere la propria identità, una sorta di luogo cuscinetto per non essere travolti dall’ignoto della metropoli, per poter invece trovare un posto in cui parlare ancora la propria lingua, cucinare le ricette tradizionali di origine, mantenere i sapori della patria lontana. Tutto questo si continua a respirare ad Arthur Avenue, una sorta di avamposto in cui ci si sente immersi in un’epoca del passato.
Artigiani italiani, scalpellini, maestranze varie hanno contribuito a costruire lo Zoo di Brooklyn, il Giardino Botanico di New York, uscendo cosi’ dalle prime case popolari claustrofobiche di Manhattan a fine 1800 e ritrovando la loro propensione di vita all’aperto e in spazi più adeguati alle abitudini della comunità. Si sono avviati dunque piccoli ristoranti, bar in cui servire l’immancabile caffè, botteghe per cibi fatti a mano, con cura, in cui il rapporto personale tra commerciante e cliente ha reso con il tempo unico e ricercato l’ambiente, dando l’esperienza di una umanità e un calore che non erano molto conosciuti agli americani. Sono nate pizzerie, pasticcerie, sartorie, negozi di scarpe, arredamento, macellerie, bancarelle, il tutto con il segno della qualità italiana, compreso un negozio dedicato interamente al caffè espresso, Cerini, vero tratto distintivo del made in Italy.
Tutt’oggi percorrere le strade della Little Italy significa andare a riempirsi lo stomaco di prelibatezze, si vendono formaggi, salumi, biscotti, dolci della migliore tradizione siciliana come i cannoli, non mancano poi i ristoranti con i piatti regionali della penisola, in cui si offrono ai clienti i primi con le cozze, le vongole, i calamari, i dessert.
Ma non soltanto l’aspetto culinario primeggia nella Little Italy, anche il bagaglio culturale e letterario italiano vengono tutelati e offerti agli abitanti e ai visitatori. Infatti nel quartiere è presente una delle biblioteche più complete sul patrimonio italiano librario negli Stati Uniti, si tratta della Belmont Library, inserita nel centro culturale intitolato ad Enrico Fermi. Una vasta gamma di libri, giornali, riviste, video e addirittura videogiochi tutti in italiano oltre all’offerta di una serie di eventi legati al divertimento intelligente.
Gli immigrati italiani si sono riuniti in questa zone per riuscire a ritrovare e mantenere la propria identità, una sorta di luogo cuscinetto per non essere travolti dall’ignoto della metropoli, per poter invece trovare un posto in cui parlare ancora la propria lingua, cucinare le ricette tradizionali di origine, mantenere i sapori della patria lontana. Tutto questo si continua a respirare ad Arthur Avenue, una sorta di avamposto in cui ci si sente immersi in un’epoca del passato.
Artigiani italiani, scalpellini, maestranze varie hanno contribuito a costruire lo Zoo di Brooklyn, il Giardino Botanico di New York, uscendo cosi’ dalle prime case popolari claustrofobiche di Manhattan a fine 1800 e ritrovando la loro propensione di vita all’aperto e in spazi più adeguati alle abitudini della comunità. Si sono avviati dunque piccoli ristoranti, bar in cui servire l’immancabile caffè, botteghe per cibi fatti a mano, con cura, in cui il rapporto personale tra commerciante e cliente ha reso con il tempo unico e ricercato l’ambiente, dando l’esperienza di una umanità e un calore che non erano molto conosciuti agli americani. Sono nate pizzerie, pasticcerie, sartorie, negozi di scarpe, arredamento, macellerie, bancarelle, il tutto con il segno della qualità italiana, compreso un negozio dedicato interamente al caffè espresso, Cerini, vero tratto distintivo del made in Italy.
Tutt’oggi percorrere le strade della Little Italy significa andare a riempirsi lo stomaco di prelibatezze, si vendono formaggi, salumi, biscotti, dolci della migliore tradizione siciliana come i cannoli, non mancano poi i ristoranti con i piatti regionali della penisola, in cui si offrono ai clienti i primi con le cozze, le vongole, i calamari, i dessert.
Ma non soltanto l’aspetto culinario primeggia nella Little Italy, anche il bagaglio culturale e letterario italiano vengono tutelati e offerti agli abitanti e ai visitatori. Infatti nel quartiere è presente una delle biblioteche più complete sul patrimonio italiano librario negli Stati Uniti, si tratta della Belmont Library, inserita nel centro culturale intitolato ad Enrico Fermi. Una vasta gamma di libri, giornali, riviste, video e addirittura videogiochi tutti in italiano oltre all’offerta di una serie di eventi legati al divertimento intelligente.
Barbara Nazzaro, architetto e 'cicerone' di Barack Obama nella visita guidata al Colosseo
«Quando gli ho raccontato di Commodo e dello struzzo decapitato sbattuto in faccia ai senatori, beh, lì Obama ha strabuzzato gli occhi. E ha ripetuto, sorridendo, quel brano di storia agli uomini del suo staff, come se lo dovessero mandare a memoria». Così Barbara Nazzaro, per un’ora il cicerone del presidente Usa in visita ieri al Colosseo.
Architetto, cosa gli aveva detto?
«Eravamo nei sotterranei e io gli ho consigliato per scherzo di risolvere le questioni con i senatori Usa come fece Commodo con i suoi un giorno nell’arena: minacciandoli con una testa sanguinante».
Commodo è anche l’imperatore del Gladiatore di Ridley Scott, l’antagonista di Russell Crowe.
«Obama conosce quel film — sottolinea l’esperta del monumento, 49 anni, da otto in forza al Colosseo — e si è fatto una risata alla mia proposta: con quel suo modo gentile però, sempre estremamente cortese, affabile e diretto, davvero un gentleman».
Durante la visita guidata avete usato un interprete?
«No, io parlo inglese bene: ho vissuto e studiato molti anni in Sudafrica. Poi però mi sono laureata a Roma e specializzata in restauro architettonico».
Che cosa lo affascinava dell’anfiteatro Flavio?
«L’aspetto politico. Da lì abbiamo cominciato. Dalla decisione dei Flavi di spianare il lago di Nerone per restituire quello spazio al popolo, regalando all’Urbe la più grande arena per i giochi».
Oddio, ma così ha rischiato di stenderlo. Era lì per distrarsi il leader della superpotenza americana. Cosa gli ha detto d’altro?
«Eravamo al piano terra, al cancello 5. Ci ha presentati il mio ministro, Dario Franceschini. Obama ha rivelato che non era mai stato al Colosseo, ma che gliene avevano parlato le figlie, entusiaste dopo la visita dell’anno scorso. Gli ho quindi raccontato del gesto politico di Vespasiano ma anche dei quattro ordini architettonici dell’esterno. Avevo le foto e gliel’ho mostrate ».
Le foto? Ma non poteva portarcelo davanti?
«La sicurezza non ce lo ha consentito. Con le immagini gli ho potuto mostrare il passaggio degli ordini classici, dorico, ionico, eccetera, al neoclassicismo tramite la mediazione del Rinascimento e di Andrea Palladio».
Il palladianesimo anglosassone! E lui?
«Al nome di Palladio si è illuminato».
Meno male, sembrava che fosse rimasto impressionato solo dalle dimensioni del Colosseo. “È più grande di un nostro stadio di baseball!”, pare che abbia esclamato Obama.
«Sì, e lo ha ripetuto più di una volta mentre salivamo le scalinate. Le dimensioni dell’anfiteatro Flavio sono, effettivamente, straordinarie pure oggi. Però il presidente Usa conosce bene anche i temi e i problemi dell’architettura».
Roma è stata fatta grande dagli antichi ingegneri...
«E nei sotterranei ne abbiamo incontrato uno, Umberto Baruffaldi. Si sono fatti anche una foto assieme».
Chi è Baruffaldi?
«È un mio collega. L’ingegnere ha spiegato allo staff Usa come funzionava il montacarichi che portava le belve sul piano dell’arena. E Obama era affascinato dal meccanismo perfetto di quell’“ascensore”».
Altre domande?
«Mi ha chiesto quanto durassero i giochi. E lo ha impressionato che occupassero l’intera giornata. Ma anche che fossero gratuiti, regalo della magnanimità dei principi».
L’ultima immagine?
«Obama su in alto, affacciato dal terzo livello. Ha guardato in basso e ha esclamato: “Questo doveva essere il posto migliore per vedere i giochi: la barbarie del sangue nell’arena restava lontana».
Architetto, cosa gli aveva detto?
«Eravamo nei sotterranei e io gli ho consigliato per scherzo di risolvere le questioni con i senatori Usa come fece Commodo con i suoi un giorno nell’arena: minacciandoli con una testa sanguinante».
Commodo è anche l’imperatore del Gladiatore di Ridley Scott, l’antagonista di Russell Crowe.
«Obama conosce quel film — sottolinea l’esperta del monumento, 49 anni, da otto in forza al Colosseo — e si è fatto una risata alla mia proposta: con quel suo modo gentile però, sempre estremamente cortese, affabile e diretto, davvero un gentleman».
Durante la visita guidata avete usato un interprete?
«No, io parlo inglese bene: ho vissuto e studiato molti anni in Sudafrica. Poi però mi sono laureata a Roma e specializzata in restauro architettonico».
Che cosa lo affascinava dell’anfiteatro Flavio?
«L’aspetto politico. Da lì abbiamo cominciato. Dalla decisione dei Flavi di spianare il lago di Nerone per restituire quello spazio al popolo, regalando all’Urbe la più grande arena per i giochi».
Oddio, ma così ha rischiato di stenderlo. Era lì per distrarsi il leader della superpotenza americana. Cosa gli ha detto d’altro?
«Eravamo al piano terra, al cancello 5. Ci ha presentati il mio ministro, Dario Franceschini. Obama ha rivelato che non era mai stato al Colosseo, ma che gliene avevano parlato le figlie, entusiaste dopo la visita dell’anno scorso. Gli ho quindi raccontato del gesto politico di Vespasiano ma anche dei quattro ordini architettonici dell’esterno. Avevo le foto e gliel’ho mostrate ».
Le foto? Ma non poteva portarcelo davanti?
«La sicurezza non ce lo ha consentito. Con le immagini gli ho potuto mostrare il passaggio degli ordini classici, dorico, ionico, eccetera, al neoclassicismo tramite la mediazione del Rinascimento e di Andrea Palladio».
Il palladianesimo anglosassone! E lui?
«Al nome di Palladio si è illuminato».
Meno male, sembrava che fosse rimasto impressionato solo dalle dimensioni del Colosseo. “È più grande di un nostro stadio di baseball!”, pare che abbia esclamato Obama.
«Sì, e lo ha ripetuto più di una volta mentre salivamo le scalinate. Le dimensioni dell’anfiteatro Flavio sono, effettivamente, straordinarie pure oggi. Però il presidente Usa conosce bene anche i temi e i problemi dell’architettura».
Roma è stata fatta grande dagli antichi ingegneri...
«E nei sotterranei ne abbiamo incontrato uno, Umberto Baruffaldi. Si sono fatti anche una foto assieme».
Chi è Baruffaldi?
«È un mio collega. L’ingegnere ha spiegato allo staff Usa come funzionava il montacarichi che portava le belve sul piano dell’arena. E Obama era affascinato dal meccanismo perfetto di quell’“ascensore”».
Altre domande?
«Mi ha chiesto quanto durassero i giochi. E lo ha impressionato che occupassero l’intera giornata. Ma anche che fossero gratuiti, regalo della magnanimità dei principi».
L’ultima immagine?
«Obama su in alto, affacciato dal terzo livello. Ha guardato in basso e ha esclamato: “Questo doveva essere il posto migliore per vedere i giochi: la barbarie del sangue nell’arena restava lontana».
giovedì 27 marzo 2014
I semi dell'orto della Casa Bianca, dono del presidente Barack Obama a Papa Francesco
«Questa sembra una carota - ha spiegato a Papa Francesco il Presidente degli Stati Uniti - ognuna ha un seme, se ha la possibilità di venire alla Casa Bianca, potrà vedere l’orto». E così l’invito più importante, quello negli Stati Uniti il Papa lo riceve attraverso il più classico dei doni, il dono del cibo, anzi della promessa futura di cibo, cioè della promessa della vita. Ma sicuramente un dono inusuale negli incontri ufficiali di così alto livello. Contenuta appunto nei semi. Semi che produrranno frutti e ortaggi provenienti dalla Casa Bianca dentro un cofanetto di cuoio e legno usato per la cattedrale più antica degli Stati Uniti, cioè la cattedrale dell’Assunta a Baltimora. Perché non tutti sanno che da qualche anno, la sede il simbolo all’ennesima potenza del potere mondiale è anche sede non solo del famoso roseto, ma di un vero e proprio «giardino della vita», un orto, appunto. Impiantato con il sostegno della First Lady in persona, Michelle, grazie ad Alice Walters la famosa pioniera americana della cucina a base di ingredienti naturali e fondatrice del leggendario ristorante Chez Panisse, la donna che ha cambiato la concezione americana del cibo, a partire dalla California e sbarcando direttamente a Washington. É noto che Michelle Obama si è fatta pioniera della lotta contro l’obesità, a favore di una vita più sana e di un’alimentazione più della popolazione ed in particolare dei giovani americani.
giovedì 20 marzo 2014
Scuderie del Quirinale, inaugurata la mostra di Frida Kahlo. Esposti anche quadri di Diego Rivera
Le Scuderie del Quirinale ospitano fino al 31 agosto 2014 una mostra dedicata a Frida Kahlo. Si tratta della prima retrospettiva in Italia dell’artista messicana: in esposizione circa 130 opere tra dipinti e disegni provenienti dalle principali collezioni pubbliche e private in Messico, Stati Uniti, Europa. L’iniziativa rientra in un progetto che coinvolge le Scuderie del Quirinale e Palazzo Ducale di Genova e presenta due grandi mostre: quella romana che racconta l’artista Frida Kahlo e il suo rapporto con i movimenti culturali e artistici dell’epoca; l’altra a Genova (20 settembre 2014 - 15 febbraio 2015) che proporrà l’arte della pittrice, influenzata dal suo universo privato di grande sofferenza, al centro del quale sarà sempre il marito Diego Rivera. Alle Scuderie del Quirinale, in esposizione oltre quaranta ritratti e autoritratti, tra cui il celeberrimo Autoritratto con collana di spine del '40, mai esposto prima d’ora in Italia e immagine della mostra, e l’Autoritratto con vestito di velluto del ’26, dipinto a soli 19 anni, il suo primo autoritratto eseguito per l’amato Alejandro Gòmez Arias con l’intenzione di riconquistarlo.
Accanto ai lavori della Kahlo sarà possibile ammirare anche una selezione di opere degli artisti che hanno "vissuto" fisicamente e artisticamente vicino a Frida Kahlo, dal marito Diego Rivera (presente con alcune opere significative quali ad esempio: Ritratto di Natasha Gelman del 1943,Nudo (Frida Kahlo) del 1930 e Autoritratto del 1948, a José Clemente Orozco, José David Alfaro Siqueiros, Maria Izquierdo e altri.
E poi, una selezione di disegni, tra cui lo schizzo a matita per il dipinto Ospedale Henry Ford (o Il letto volante) del ‘32, il famoso corsetto in gesso che teneva Frida prigioniera subito dopo l’incidente e che dipinse ancor prima di passare ai ritratti (un pezzo unico che si credeva perduto fino a poco tempo fa).
Infine alcuni eccezionali ritratti fotografici dell'artista, in particolare quelli realizzati da Nickolas Muray, per dieci anni amante di Frida, e tra questi Frida sulla panchina Bianca, New York, 1939diventato poi una famosa copertina della rivista Vogue.
I suoi dipinti non sono soltanto lo specchio della sua vicenda biografica, segnata dalle ingiurie fisiche e psichiche subite nel terribile incidente in cui fu coinvolta all'età di 17 anni, ma anche l’interpretazione della cultura popolare messicana. Allo stesso tempo Frida Kahlo è espressione dell'avanguardia artistica e culturale della sua epoca e attraverso la sua opera si possono comprendere i movimenti culturali internazionali che attraversarono il Messico in quel tempo: dal Pauperismo rivoluzionario all'Estridentismo, dal Surrealismo a quello che decenni più tardi prese il nome di Realismo magico.
A prevalere in questo progetto di mostra è il tema dell'autorappresentazione sia per il peso numerico che il genere "autoritratto" assume nella produzione complessiva dell'artista, sia per il significato che esso ha rappresentato nella trasmissione dei valori iconografici, psicologici e culturali propri del "mito Frida".
Accanto ai lavori della Kahlo sarà possibile ammirare anche una selezione di opere degli artisti che hanno "vissuto" fisicamente e artisticamente vicino a Frida Kahlo, dal marito Diego Rivera (presente con alcune opere significative quali ad esempio: Ritratto di Natasha Gelman del 1943,Nudo (Frida Kahlo) del 1930 e Autoritratto del 1948, a José Clemente Orozco, José David Alfaro Siqueiros, Maria Izquierdo e altri.
Al Salone di Firenze di scena la pasticceria all'olio di oliva. Oxfam presenta "Coltiva"
Al Salone di Firenze la pasticceria a base di olio d'oliva
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Sarà uno degli eventi speciali del Salone di Firenze di quest'anno, in programma fino al 23 marzo alla Fortezza da Basso (orari: giovedì dalle 15 alle 21; venerdì e sabato dalle 15 alle 23; domenica dalle 10 alle 21). L'appuntamento è per questo venerdì 21 alle 16 all'interno del padiglione Spadolini con lo showcooking dedicato alla pasticceria a base di olio d'oliva a cura di The Florence Chefs, realizzato in collaborazione con Oxfam Italia, social partner del Salone di Firenze. Un evento ad ingresso gratuito che unirà il gusto e la riscoperta del buon cibo con la solidarietà.
Durante l'appuntamento sarà quindi possibile scoprire alcune delle ricette più golose. Già perché saranno realizzati dai migliori chef dei sorprendenti shortbread fingers al limone e rosmarino e dei muffin alla ricotta e gocce di cioccolato. Inoltre, sarà possibile conoscere anche qualche segreto per preparare prelibate pietanze risparmiando sui consumi e inquinando meno, assieme a Lorenzo Ridi di Oxfam Italia, che illustrerà il lavoro dell'organizzazione fiorentina e presenterà al pubblico la campagna Coltiva.
Coltiva è la campagna promossa da Oxfam con l'obiettivo di contribuire a realizzare un sistema globale che renda il cibo, la vita, il pianeta più equi e sostenibili. Per condividere tutti insieme, soluzioni con cui coltivare meglio, investendo sui piccoli agricoltori e dando loro la terra e le risorse necessarie; condividere di più le scelte alla base del sistema, riducendo il potere di pochi sulle decisioni che riguardano tutti; vivere meglio, mettendo al centro i bisogni delle generazioni future. Oxfam è infatti convinta che ciascuno possa fare la differenza anche con piccole scelte che investono la vita quotidiana (www.oxfamitalia.org). L'appuntamento di venerdì sarà quindi l'occasione per scoprire come poter dare il proprio contributo.
Oxfam Italia è un'associazione di cooperazione e solidarietà internazionale, nata in Toscana, parte di una grande coalizione internazionale, formata da 17 organizzazioni che lavorano in oltre 90 paesi per trovare soluzioni durature all'ingiustizia della povertà nel mondo. Da oltre 30 anni è impegnata in molte regioni del mondo, per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali, dando loro il potere e le risorse per esercitare i propri diritti e costruire un futuro migliore, e contribuire a garantire loro cibo, acqua, reddito, accesso alla salute e all'istruzione. Oxfam Italia lavora attraverso programmi di sviluppo, interventi di emergenza, campagne di opinione e attività educative per coltivare un futuro migliore, in cui tutti, ovunque, abbiano cibo a sufficienza. Sempre.
“PepsiCo contro il land grabbing
PepsiCo, la seconda più grande azienda di food & beverage al mondo ha annunciato oggi di volersi impegnare ad adottare un piano per fermare l’accaparramento di terre nella propria filiera produttiva. L’annuncio arriva dopo che oltre 272.000 consumatori hanno firmato l’appello e preso parte a iniziative organizzate dalla campagna Scopri il marchio volta a convincere i colossi dell’alimentare a rispettare i diritti sulla terra delle comunità locali. L'azienda effettuerà valutazioni sociali e ambientali lungo tutta la filiera produttiva partendo dal Brasile entro la fine del 2014, per proseguire con Messico, Tailandia e Filippine. Il Brasile è il principale paese fornitore di zucchero dell’azienda. Per la prima volta la multinazionale ha svelato i suoi maggiori paesi fornitori di olio da palma, soia e canna da zucchero, tre materie prime al centro dei fenomeni di land grabbing o accaparramento della terra.
L’impegno di PepsiCo arriva dopo quello di Coca-Cola Company del novembre 2013. L’altra azienda target della campagna, Associated British Food (ABF) ha di recente adottato politiche che prescrivono la necessità di ottenere un consenso libero, preventivo e informato delle comunità coinvolte in operazioni di compravendita della terra. Oxfam è in costante contatto con ABF e la controllata Illovo (il più grande produttore di zucchero in Africa) per assicurarsi che queste politiche vengano attuate. “La seconda azienda alimentare al mondo, Pepsi Co, ha deciso oggi di usare tutta la propria influenza per dire basta al furto della terra lungo la propria filiera produttiva, e questo grazie al potere dei consumatori che si dimostra oggi ancora più grande. Nessuna azienda oggi può permettersi di non dare ascolto alle richieste dei propri clienti.– afferma Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne di Oxfam Italia. - Senza il sostegno degli oltre 272.000 consumatori che hanno a gran voce richiesto a PepsiCo e alle altre multinazionali dell’alimentare di rispettare i diritti delle comunità che vivono nei territori da cui traggono materie prime, tutto questo non sarebbe stato possibile.” Dal lancio dell’iniziativa della campagna Scopri il Marchio sui diritti della terra, centinaia di migliaia di consumatori hanno chiesto a Coca-Cola Company, PepsiCo e ABF di modificare le proprie politiche sulla terra. Oxfam e altre organizzazioni della società civile hanno presentato una risoluzione all’assemblea degli azionisti di Pepsi nel novembre scorso: uno strumento di azionariato critico volto a chiedere a PepsiCo di prendere in seria considerazione il problema del land grabbing.
Bill Yosses lascia la Casa Bianca dopo aver "rotto" con la fisrt lady, la super salutista Michelle Obama
Dura
la vita alla Casa Bianca se di mestiere fai il pasticciere e devi
preparare da mangiare per Michelle Obama, gerarca della dieta
che, da quando il marito è diventato presidente degli Stati Uniti,
ha intrapreso la sua guerra pubblica all’obesità e ai chili di
troppo. Per questo Bill Yosses, che appunto per la first family
americana prepara i dolci in cucina, presto rassegnerà le
dimissioni, dopo avere tentato in ogni modo di fare contenta la
signora e il suo bisogno di cibi ipocalorici. In questi anni ha
provato a sostituire gli ingredienti quotidiani dei suoi dolci con le
alternative più esotiche, ma è arrivato a un punto in cui le
impellenti richieste della lady parevano un attentato alla sua
dignità professionale. Così ha scelto di gettare la spugna, e in
un’intervista al New
York Times rivela
il perché: «Non voglio demonizzare panna, burro, zucchero e uova».
Bill
è uno chef molto conosciuto a Washington e in tutta l’America:
omosessuale, già coi Bush era stato pasticciere presidenziale, e in
più gestisce alcuni ristoranti molto conosciuti in giro per la
città, dove sfoggia le sue creazioni a base di zucchero e le sue
torte a più piani. Ma, da quando sono cambiati i titolari della Casa
Bianca, spiega, è stato un continuo susseguirsi di “pressioni”
perché i suoi dessert diventassero sempre più salutari, serviti in
porzioni più ridotte. A partire dalla colazione, dove Bill per
rimpiazzare le tradizionali ciambelle ha dovuto inventarsi una
centrifuga ogni volta diversa: un giorno con le mele, poi i cavoli,
gli spinaci, lo zenzero. Poi si è passati a sacrificare le colate di
burro e panna, sostituite da puree di frutta. Il miele e l’agave
hanno preso il posto dello zucchero e il grano integrale è stato
aggiunto a piacere qua e là dove poteva far comodo. Dai tavoli della
cucina, Yosses si è dovuto spostare negli orti, cercando fragole,
mirtilli, rabarbari, fichi, papaia, carote, patate ed erbe d’ogni
genere. Le mousse e le torte sono state messe da parte, per far
spazio a barrette coi fiocchi d’avena, mele cotte al forno e
crostate di pere cotogne. Le intenzioni di Michelle con lo chef erano
le più buone: consigli, mai imposizioni. Tuttavia Bill ha preferito
smettere.
Insomma,
per Michelle Obama la lotta all'obesità in America parte dalla spesa
al supermercato. Dopo circa vent'anni dall'ultima regolamentazione,
tutti i prodotti, dai cereali alle bibite, avranno delle etichette su
cui comparirà con maggiore evidenza rispetto al passato l'apporto
calorico e il reale contenuto di zucchero. L'iniziativa, lanciata
dalla campagna della First Lady "Let's Move", si
avvale della collaborazione di tutta l'amministrazione americana, dal
ministro alla salute, Kathleen Sebelius, al capo della Food and Drug
Administration, la potentissima agenzia del farmaco e del cibo,
Margaret Hamburg. L'obiettivo è di informare sulla minaccia del cibo
spazzatura sin dal momento dell' acquisto. Quindi fornire a tutte le
famiglie americane maggiori informazioni sui prodotti che comprano,
allo scopo di spingerle a nutrire i propri figli con cibi più sani.
mercoledì 19 marzo 2014
Sagrantino di Montefalco, gioiello dell'Umbria
Una delle massime espressioni del vino italiano è, senza dubbio, rappresentata dal vino Sagrantino di Montefalco.
Il vino italiano, infatti, può annoverare vini celeberrimi nel mondo che rispondono ai nomi del Chianti, del Barolo, del Brunello di Montalcino od anche del più "comune" Sangiovese, ma il vino Sagrantino di Montefalco non sfigura certo a loro paragone. La coltivazione della vite, in particolare del vino Sangiovese, nel territorio di Montefalco risale addirittura all' epoca pre romana tanto è vero che, già Plinio il Vecchio vantava i pregi del vino di queste terre. Tuttavia sembra che solo più tardi alcuni frati francescani abbiano riportato dall' Asia Minore il vitigno del vino Sagrantino, sostituendolo poi nelle vigne al vitigno del Sangiovese. E' questa rara e preziosa uva coltivata solo nelle colline intorno al paese che rende possibile aggiungere nell' olimpo del vino italiano il vino Sagrantino di Montefalco. Non potevano ovviamente mancare oggi a questo sublime vino rosso tanto nelle sue varietà di Sagrantino di Montefalco secco che in quella di passito le certificazioni di qualità DOC e DOCG ottenute rispettivamente nel 1979 e nel 1992. In quetso distretto enogastronomico, che si estende per oltre 16000 ettari vengono tuttavia ancora coltivate anche altre uve, come, ad esempio, quelle del già citato Sangiovese. Il Sagrantino di Montefalco nella sua versione secca è un vino italiano rosso granato con velature violacee, di aroma pieno e bouque che ricorda l' aroma di more di rovo, con tenore alcolico fra i 13 ed i 15 gradi, che va servito a temperatura ambiente, ma non caldo, indicativamente fra i 17° ed 18°. E' ottimo compagno per minestre e carni leggere anche se la sua corposità lo fa scegliere anche per arrosti, selvaggina e per formaggi saporiti. Questo vino italiano nella sua versione passita è un perfetto vino da pasto con gusto speziato e caldo, al tempo stesso corposo ed abboccato con tenore alcolico mai inferiore i 14 gradi e colore tendente al granato. Queste caratteristiche di gusto gli derivano direttamente dalla particolarità delle sue uve capaci di resistere anche per due mesi ad appassire su graticci di legno, dopo essere state colte in un avanzato stato di maturazione, senza marcire o perdere il proprio contenuto di zuccheri. L'alta concentrazione di polifenoli e di tannini richiede, perchè si raggiunga la perfetta maturazione, un lungo periodo di affinamento; oltre i 30 mesi per entrambe le varietà, di cui almeno 12 per la versione secca da trascorrere in botti di legno.
Il vino in Francia, un cammino di duemila anni
Se
c'è un paese vitivinicolo al mondo che ha avuto, e continua ad
avere, una forte influenza su tutti gli altri e che quasi tutti
cercano in qualche modo di imitarne il modello e lo stile di
produzione, questo è senza dubbio la Francia. Questa nazione ha
compreso, prima di chiunque altro al mondo, che la qualità del vino
era uno dei principali e determinanti fattori per il successo. Oggi
la gran parte della produzione enologica di qualità si basa in larga
parte sul modello Francese. Ogni zona vitivinicola della Francia
viene, in qualche modo, considerata come modello da seguire per
determinate tipologie di vino: Bordeaux, la Borgogna e la Valle del
Rodano per i vini rossi, la Borgogna, la Valle della Loira e
l'Alsazia per i vini bianchi; la Champagne per i vini spumanti. Il
segreto del successo francese, oltre alla vocazione del suo
territorio, è stata dettata in gran parte dall'attenzione che è
stata posta da sempre sulla qualità dell'uva e delle tecniche
enologiche, non da ultimo, da un'efficace strategia commerciale
facilitata da un prodotto eccellente. Come
l'Italia, anche la Francia vanta un'antichissima tradizione enologica
la cui storia si perde nella notte dei tempi. Le prime testimonianze
sulla presenza e la coltura della vite in Francia risalgono al 600
A.C. circa, quando i Greci fondarono Massalia,
l'attuale Marsiglia, e introdussero la vite. Tuttavia, come per altri
paesi vitivinicoli Europei, si ritiene che anche in Francia la vite
fosse già presente allo stato selvatico prima dell'arrivo dei Greci.
Il forte sviluppo dell'enologia e della viticoltura Francese ebbe
inizio con l'arrivo dei Romani, alla fine del secondo secolo A.C., i
quali, già forti consumatori di vino, preziosa bevanda delle truppe
militari, avevano l'abitudine di introdurre le proprie tradizioni e
prodotti ovunque andassero a conquistare nuove terre per l'Impero.
Prima di questo periodo, i Galli, la locale popolazione, consumava
ingenti quantità di vino Italiano che in quell'epoca era ben più
famoso e pregiato di quello Francese. Perfino gli Etruschi
esportavano vino in Francia e anfore di vino ritrovate nell'attuale
Borgogna ne sono la conferma. Plinio Il Vecchio, nella sua
monumentale Naturalis
Historia,
ci racconta che a Vienna,
l'attuale Vienne, nella Valle del Rodano, si produceva un vino
“resinato” e che veniva venduto a prezzi elevati. In effetti è
proprio la Valle del Rodano che si può considerare la prima e vera
zona vitivinicola di qualità di tutta la Francia. Fu proprio in
questa zona che i Romani fondaronoNarbo,
ovvero Gallia
Narbonensis,
l'attuale Narbonne, cioè la città che a quei tempi era considerata
come la più importante per la produzione e la qualità dei vini di
tutta la Francia. La diffusione della vite e del vino a Narbo fu
considerevole e la viticoltura era diffusa ovunque. La storia
commerciale del vino Francese ebbe inizio poco dopo, quando la città
di Burdigala,
l'attuale Bordeaux, si affermò, grazie alla sua posizione vicino
all'oceano Atlantico, come vera potenza commerciale e mercantile. Si
ritiene che nello stesso periodo ebbe inizio la produzione e la
commercializzazione del vino di Bordeaux.
Già
nel sesto secolo la viticoltura era ben radicata e diffusa
praticamente in tutto il territorio Francese, prevalentemente ad
opera di monaci che coltivavano ampiamente la vite nei loro monasteri
in quanto necessaria a produrre vino per officiare le liturgie. Un
particolare merito va riconosciuto proprio all'opera svolta dai
monaci per l'enologia; il loro prezioso contributo ha portato allo
sviluppo e il perfezionamento delle tecniche enologiche, la stessa
enologia moderna si basa in larga parte sul loro lavoro.
La
viticoltura in Francia è attualmente diffusa in quasi tutto il
territorio nazionale, solo la Spagna e l'Italia hanno una superficie
coltivata a vite maggiore, tuttavia le zone di produzione di qualità
sono circa una decina e sono tutte ben circoscritte in determinate
zone geografiche. Le varietà di uve coltivate sono diffuse e
ricorrenti in tutto il territorio e, ovviamente, fra queste ci sono
varietà che meglio si adattano in determinate zone piuttosto che in
altre, diventando, per altro, l'emblema enologico della zona. Per
esempio, la Borgogna è famosa per il Pinot Nero e lo Chardonnay,
Bordeaux per il suo famoso uvaggio
bordolese,
cioè Merlot, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, la Valle della
Loira per il Sauvignon Blanc e l'Alsazia per il Riesling e il
Gewürztraminer. Le principali varietà di uve bianche coltivate in
Francia sono: Chardonnay, Sauvignon Blanc, Riesling, Chenin Blanc,
Sémillon, Pinot Bianco, Silvaner, Moscato bianco, Muscadet e Ugni
Blanc. Le principali uve rosse sono: Cabernet Sauvignon, Cabernet
Franc, Merlot, Pinot Nero, Syrah, Grenache, Gamay e Carignano.
Queste
uve si sono diffuse dalla Francia a praticamente tutti gli altri
paesi vitivinicoli del mondo che, sulla scia del successo Francese,
tentano di emulare la qualità e lo stile come se l'unico segreto per
fare un buon vino sia da ricercarsi prevalentemente o esclusivamente
sulle varietà di uva utilizzata. In realtà il successo dei vini
Francesi non è dettato solamente dalle uve utilizzate: il territorio
e il clima sono altri fattori fondamentali del suo successo che,
uniti ad una secolare esperienza orientata alla qualità delle
materie e delle procedure, hanno contribuito al successo
dell'enologia francese.
Expo 2015, attesa per il forum globale sul caffè
“La decisione di tenere nel settembre 2015 il primo Forum Globale sul Caffè, in occasione di Expo, dimostra il forte impegno del nostro Governo di cogliere la grande opportunità offerta dell'Esposizione Universale di Milano per dare visibilità e voce all'industria del caffè e ai suoi produttori, in uno spirito di costante collaborazione tra i Paesi produttori e consumatori. Allo stesso tempo, anche la scelta di celebrare ad Expo Milano la prima Giornata Mondiale del Caffè, il 1° ottobre 2015, ci permette di avere un momento di incontro e di confronto per approfondire e promuovere a livello globale il caffè, parte integrante di uno stile di vita, quello italiano appunto, apprezzato in tutto il mondo, capace di unire gusto e cultura. Ospitarne il lancio a Milano significa per l’Italia avere una vetrina di prestigio. Expo è una delle opportunità più straordinarie che abbiamo, non solo per il comparto agroalimentare ma per l’intero Paese”.
Così il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina, sulla decisione del Consiglio dell'Organizzazione Internazionale del Caffè (ICO) al termine della settimana di lavori che si è svolta a Londra dal 3 al 7 marzo.
Il Consiglio dell'ICO ha anche stabilito di tenere la Conferenza Mondiale del Caffè ad Addis Abeba nel marzo 2016. Dopo le edizioni di Londra (presieduta dalla Colombia), Salvador de Bahia e Città del Guatemala, l'ICO ha riconosciuto l'influenza del caffè nell'economia e nella cultura etiopica e il dinamismo di questo Paese e di altri protagonisti del continente africano nel suo mercato di produzione.
Oro verde ciociaro, l'olivo d'oliva in Ciociaria
L’ulivo è sicuramente la coltura più diffusa nella provincia di Frosinone. Questo è dovuto innanzitutto al clima temperato, ottimo per lo sviluppo di questa coltivazione e alla particolare orografia del terreno che si estende dalla zona meridionale della provincia di Roma fino a Caserta. Diverse sono le cultivar, quelle più diffuse sono: Moraiolo, Leccino, Frantoio e Itrana. In alcune zone della provincia si trovano anche la Carboncella e la Rosciola. Ancora oggi le olive vengono raccolte a mano e giornalmente molite nei vari frantoi per non disperderne il sapore e la fragranza. La molitura, effettuata senza nessun tipo di filtratura, avviene nelle 24 ore dalla raccolta con il metodo a freddo. L’olio extra vergine di oliva prodotto nelle aziende ciociare si presenta leggermente velato e di colore giallo dorato con riflessi verdi, all’olfatto è di buona intensità e persistenza ed è caratterizzato da sentori di fruttato verde, al gusto è armonico e fruttato con un deciso retrogusto amaro-piccante in chiusura, ha acidità espressa in acido oleico al massimo dell’1% ed all’assaggio (esame organolettico) non presenta assolutamente difetti ma note fruttate, indice queste ultime di freschezza e qualità. Notivi storici, culturali e religiosi, per millenni, hanno fatto di questo principe della tavola un componente fondamentale del regime alimentare, ed oggi risulta il grasso più accettato anche dai dietologi più severi tanto che non c'è dieta equilibrata che non ne preveda almeno un cucchiaio al giorno. La compatibilità di questa coltura con la diversificazione agricola, tipica della provincia di Frosinone, dato l'enorme frazionamento delle aziende, le ha permesso di resistere agli espianti.
Per secoli la commercializzazione del prodotto da parte di migliaia di piccoli produttori, non ha permesso una forte concentrazione e una efficiente offerta sul mercato. Negli ultimi anni, grazie anche a giganteschi passi avanti compiuti da alcuni imprenditori lungimiranti, la situazione è rapidamente migliorata. Possiamo affermare senza temere smentite, inoltre, che l’olio extravergine di oliva della provincia di Frosinone è mediamente di alta qualità e trova in alcune sue espressioni il primato nazionale e la fama internazionale.
Nel disciplinare di produzione per l’olio extravergine di oliva, per fregiarsi del marchio di qualità della Provincia di Frosinone, “Oroverdeciociaro”, sono ben fotografate le potenzialità della produzione di extravergine in questi territorio.
Nel disciplinare di produzione per l’olio extravergine di oliva, per fregiarsi del marchio di qualità della Provincia di Frosinone, “Oroverdeciociaro”, sono ben fotografate le potenzialità della produzione di extravergine in questi territorio.
Trentino, una montagna di sapori
La gastronomia del Trentino presenta influenze venete, lombarde e asburgiche, In provincia di Bolzano si trovano abitudini tedesche e slave. In trentino si consuma moltissima polenta.
Tipici piatti della cucina asburgica, usuali in Trentino sono è il Gulasch, poi i canederli, i crauti e tanti altri. Le valli di Non e del Sole, rinomate mete turistiche, offrono prodotti tipici inimitabili come le mele: renetta Canada, Golden e Red Delicious, tutte mele DOP della Val di Non.
Nelle zone più montuose è diffuso l’allevamento dei bovini, con il latte pregiato si produce ottimo burro, diversi tipi di formaggi come Trentingrana D.O.P., il Casolet, il Montesòn, il nostrano del Casel, la Spressa delle Giudicarie D.O.P., l’Asiago DOP della provincia di Trento. Di grandissima qualità gli ortaggi, i frutti di bosco, il miele, l’allevamento del salmerino alpino, pregiato pesce d’acqua dolce. L’acqua pura e perfettamente ossigenata delle sorgenti permette l’ allevamento della trota iridea e salmonata.
Tra i vari tipi di salumi tipici del Trentino si consiglia la mortadella affumicata della Val di Non, presidio di Slow Food, lo speck dell’Alto Adige IGP, la lucania secca della valle di Cembra, un salame tipico a base di carne di manzo e maiale.
Tra i dolci tipici del Trentino le praline al Muller Thurgau. il succo di mela biologico,
Tra i vini tipi del Trentino Alto Adige vi sono il Groppello di Revo, un ottimo vino rosso rubino, ottenuto dall’omonimo vitigno antico, il Muller Thurgau, il Nosiola, il Chardonnay, dalle vinacce del Groppello si ottiene un’ottima grappa, tra i distillati famosi quelli di pere, lamponi, susine, cotogne ecc. Gli amari tipici acquistano un sapore unico grazie all’ aggiunta di erbe, bacche, radici e frutti di alta montagna.
Le lavorazioni artigianali del Trentino Alto Adige sono molto variegate: dal legno, ai tessuti, ai ricami, alla pietra.
Nella Val Gardena ci sono bravissimi artigiani del legno che creano oggetti sacri famosi nel mondo, come i presepi; particolarissimo è il filo che glia artigiani ottengono dall’anima della penna di pavone, chiamato rachide, questo filo è utilizzato per cucire cinture e scarpe, borse e portachiavi
Tipici piatti della cucina asburgica, usuali in Trentino sono è il Gulasch, poi i canederli, i crauti e tanti altri. Le valli di Non e del Sole, rinomate mete turistiche, offrono prodotti tipici inimitabili come le mele: renetta Canada, Golden e Red Delicious, tutte mele DOP della Val di Non.
Nelle zone più montuose è diffuso l’allevamento dei bovini, con il latte pregiato si produce ottimo burro, diversi tipi di formaggi come Trentingrana D.O.P., il Casolet, il Montesòn, il nostrano del Casel, la Spressa delle Giudicarie D.O.P., l’Asiago DOP della provincia di Trento. Di grandissima qualità gli ortaggi, i frutti di bosco, il miele, l’allevamento del salmerino alpino, pregiato pesce d’acqua dolce. L’acqua pura e perfettamente ossigenata delle sorgenti permette l’ allevamento della trota iridea e salmonata.
Tra i vari tipi di salumi tipici del Trentino si consiglia la mortadella affumicata della Val di Non, presidio di Slow Food, lo speck dell’Alto Adige IGP, la lucania secca della valle di Cembra, un salame tipico a base di carne di manzo e maiale.
Tra i dolci tipici del Trentino le praline al Muller Thurgau. il succo di mela biologico,
Tra i vini tipi del Trentino Alto Adige vi sono il Groppello di Revo, un ottimo vino rosso rubino, ottenuto dall’omonimo vitigno antico, il Muller Thurgau, il Nosiola, il Chardonnay, dalle vinacce del Groppello si ottiene un’ottima grappa, tra i distillati famosi quelli di pere, lamponi, susine, cotogne ecc. Gli amari tipici acquistano un sapore unico grazie all’ aggiunta di erbe, bacche, radici e frutti di alta montagna.
Le lavorazioni artigianali del Trentino Alto Adige sono molto variegate: dal legno, ai tessuti, ai ricami, alla pietra.
Nella Val Gardena ci sono bravissimi artigiani del legno che creano oggetti sacri famosi nel mondo, come i presepi; particolarissimo è il filo che glia artigiani ottengono dall’anima della penna di pavone, chiamato rachide, questo filo è utilizzato per cucire cinture e scarpe, borse e portachiavi
lunedì 17 marzo 2014
Festa di San Patrizio, origini e tradizioni della più famosa festa d’Irlanda
Oggi si è festeggiato il celeberrimo St. Patrick’s Day dedicato a San Padráigh (Patrizio), il patrono dell’Eire che cristianizzò gli irlandesi. Oggi venerato come santo dalla Chiesa cattolica e ortodossa, San Patrizio è patrono dell’Irlanda, assieme a San Columba di Iona ed a Santa Brigida d’Irlanda. Rapito da pirati irlandesi all’età di 16 anni, fu venduto come schiavo al re del North Dal Riada, nell’odierna Irlanda del Nord, dove apprese la lingua gaelica e la religione celtica. Fuggì dalla corte del re dopo sei anni, divenne quindi diacono e poi vescovo. Da papa Celestino I gli fu affidata l’evangelizzazione delle isole britanniche e nel 431-432 iniziò il suo apostolato in terre irlandesi, all’epoca quasi interamente pagane. Dalla sua opera di predicatore nacque la corrente del Cristianesimo celtico, che combina elementi cristiani e pagani. A lui si deve ad esempio l’introduzione del simbolo della croce solare sulla croce latina, da cui nacque la croce celtica, simbolo del Cristianesimo celtico, come anche l’emblema nazionale irlandese, il trifoglio, che il Santo utilizzò per spiegare al popolo il concetto cristiano della Trinità (tre entità distinte, come le foglioline, riunite in un’unica pianta). La Festa di San Patrizio è stata inserita nel calendario liturgico della Chiesa cattolica all’inizio del XVII secolo, su pressione dello storico, nonché frate francescano, Luca Wadding, ma il santo missionario veniva celebrato in alcune chiese irlandesi già da molti anni.
Oggi il St. Patrick’s Day, oltre ad essere festa nazionale per la Repubblica d’Irlanda, viene celebrato dalle comunità irlandesi di tutto il mondo, dal Canada al Regno Unito, Australia, Stati Uniti, Argentina e Nuova Zelanda, come simbolo della propria identità nazionale. L’evento maggiore si svolge a Dublino, ma la ricorrenza è anche festeggiata da non-irlandesi, attratti dai toni folkloristici della giornata e dalla possibilità di gustare buona birra immersi nell’atmosfera festosa che contraddistingue questa ricorrenza. Le feste più grandi e caratteristiche fuori dall’Irlanda si festeggiano nelle città e nelle nazioni che ospitano una forte componente irlandese, come gli Stati Uniti (San Patrizio è anche il patrono della città di Boston) e il Canada (nella bandiera della città di Montréal è raffigurato anche un trifoglio, per testimoniare la fortissima presenza irlandese in città), ma come detto, la festa ha fatto ormai il giro del mondo e iniziative a lei ispirate sorgono praticamente ovunque. Le celebrazioni sono generalmente incentrate su tutto ciò che ha a che fare con l’Irlanda, a partire dal colore verde: si è soliti durante la giornata mangiare cibo di quel colore e vestirsi della stessa tonalità. Simbolo irrinunciabile è poi il trifoglio, emblema dell’opera di evangelizzazione portata avanti da San Patrizio, ma anche, nei secoli successivi, simbolo della classe contadina e della ribellione contro la corona britannica durante il XIX secolo. In questo periodo vestire qualcosa di verde, o il trifoglio sull’uniforme militare, era considerato crimine mortale e da qui il forte legame tra il colore e l’orgoglio nazionale irlandese, il così detto “The Wearing of the Green”. Altro simbolo di San Patrizio è il “Leprechaun”, il folletto dell’Irlanda: la notte tra il 16 e il 17 marzo sono in molti a lasciare per lui un bicchiere di latte sul davanzale della finestra ed è la sua maschera ad aprire le sfilate nelle varie città per il giorno di San Patrizio. Quanto alle specialità tipiche dell'evento, beh, basta una birra a colazione e le ragnatele se ne vanno, la voce ti si alza di due ottave e ti sorge un bel sole dentro. L’ho sentito dire da De Niro tempo fa. Come dargli torto, ma sopratutto, perché. La festa di S.Patrizio è arrivata e con lei le parate, i fuochi d’artificio e le serate scandite da sorsi di birra ad intervalli regolari. Tanta birra. Birra irlandese, ovviamente. E’ proprio questo l’ingrediente imprescindibile della ricetta di oggi, nata dal genio stellato di Gary Rhodes, famoso telechef britannico, sotto il nome di “Chocolate Guinness cake”.
Hall of .. Fame!
C’è un paese al mondo che possiede un quarto della ricchezza mondiale. È un paese che negli ultimi dieci anni ha speso tre trilioni di dollari in guerre e armamenti. Lo stesso paese che ha destinato pochi spiccioli alla FAO per sfamare i poveri. E’ il paese più obeso del mondo e allo stesso tempo quello in cui 36 milioni di poveri vivono grazie alle social card. Benvenuti nel nuovo incubo degli Stati Uniti d’America: la fame. Un popolo alla fame. La crisi finanziaria esplosa nel 2008 si è nel frattempo allargata alle altre classi sociali. Ve lo ricordate, vero? Tutto è iniziato con il crollo della banca d’affari Lehman Brothers, travolta dai debiti e da sconcertanti operazioni finanziarie. L’immagine dei giovani brokerlicenziati che uscivano dalle banche con i cartoni pieno di effetti personali ha fatto il giro del mondo. A molti americani sembrava una castigo meritato. Solo dopo hanno scoperto che i giovanotti si erano giocati i loro risparmi, pensione compresa. Si è aperta una voragine che sta ancora avvicinando alla povertà persone abituate a vivere bene. La crisi, che non guarda in faccia a nessuno, ha costretto i nuovi poveri a usare i Food Stamp.

Cosa sono i Food Stamp.Nati intorno al 1940 per aiutare le famiglie povere, i Food Stamp somigliano alle nostresocial card. Servono per comprare cibo e possono richiederli famiglie a basso reddito, disoccupati o ragazze madri. Considerati un timbro di povertà, qualcosa di cui vergognarsi, finora non sono stati molto usati. La svolta è avvenuta nell’Ottobre del 2008, quando il programma di aiuti statale ha cambiato il nome e, in parte, lo scopo. Oggi i Food Stamprientrano in un programma di assistenza (SNAP) che vuole aiutare gli americani a nutrire meglio i propri figli. Sono carte di credito copme in Italia, ma utilizzabili solo nei negozi alimentari. A seconda dei componenti della famiglia e del reddito, il contributo può arrivare a 500 dollari mensili. Nel 2009 li hanno chiesti 36 milioni di americani, cioé il 12% della popolazione, in pratica un bambino su quattro si nutre grazie agli aiuti. È un numero enorme, eppure altri 15 milioni di americani che ne avrebbero diritto non li chiedono. A volte, riconoscere la propria povertà è una soglia psicologica invalicabile.

Il dibattito, le critiche.Anche se la legge sui Food Stamp è sostanzialmente bipartisan – è stata rinnovata da George Bush – non mancano le critiche. I repubblicani vorrebbero restringere l’accesso agli aiuti, colpevoli di incoraggiare la pigrizia dei senza lavoro. Ma la discussione più interessante è un’altra. Anche mangiare sano, ovvero più costoso, è un diritto dei poveri? In America nutrirsi bio è considerato un lusso riservato alla upper class, specie i ricchi democratici sensibili ai temi ambientali. Per il volgo c’è il junk-food a buon prezzo, vedi hamburger venduti a un dollaro in molti fast-food. Se verdure, pasta, e ogni cosa ricordi la dieta mediterranea sono roba per ricchi, è anche perché agli americani la carne costa meno. Di conseguenza, la domanda cruciale, quella che contiene in sè tutte le contraddizioni americane, diventa questa. Se i poveri possono nutrirsi (di cibo-spazzatura) con poco, perché costringerli a spendere di più per mangiare sano?
Gli aiuti ai paesi poveri.Il paradosso di oggi è che un padre di famiglia in difficoltà spende denaro per aiutare altri popoli o, peggio, per combatterli. L’America è una nazione che ha 12.000 miliardi di debiti ma continua a comportarsi come se navigasse nell’oro. Nelle guerre in Afghanistan e Iraq ha speso e spenderà solo in pensioni di guerra l’iperbolica cifra di tre trilioni di dollari. Tanto per darvi un’idea di quanti soldi siano, pensate che un trilione equivale a un milione di bilioni, cioè un milione alla terza (in cifre 1.000.000.000.000.000.000). I soldi promessi alla FAO (20 miliardi di dollari) in confronto sembrano spiccioli.
Quando lo stato scompare.Spiegare comportamenti così contraddittori non è facile, ma qualche ipotesi possiamo farla. I Food stamp, come tutti gli aiuti statali, sono sovvenzioni a doppio senso di marcia. Aiutano i poveri ma anche le industrie proteggendole dai cali di fatturato. Questo spiega in parte perchè molti politici e giornalisti americani si oppongono alla spesa bio fatta con iFood stamp, una scelta che non porta soldi nelle casse delle multinazionali. Allo stesso modo, i soldi spesi in guerra arricchiscono petrolieri e industria delle armi. Gli spiccioli che restano andranno a sfamare i popoli africani e le aziende che con la FAO commerciano abitualmente, così il cerchio si chiude. È quello che gli esperti chiamano “il business dei disastri”.
Che fine ha fatto la politica?Il concetto di Stato non esiste più. Il potere economico si è impadronito della politica e i soldi comprano anche le ideologie. La guerra e la crisi sono un business che rende e va sfruttato, gestito economicamente. Dietro le apparenti contraddizioni di un popolo si nascondono affari e decisioni prese in un consiglio di amministrazione sovranazionale, con le casse in un paradiso fiscale e la sede chissà dove. La politica ci mette la faccia, noi i nostri voti.
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