martedì 25 febbraio 2014

Vite e vino, testo unico per semplificare la burocrazia

È stato presentato presso la Commissione agricoltura della Camera dei Deputati il "Testo Unico della Vite e del Vino", un documento che unifica tutte le disposizioni che disciplinano la materia del comparto vitivinicolo, attualmente contenute in svariati testi normativi.

Il testo Unico proposto, che è stato consegnato ai Presidenti della Commissione Agricoltura della Camera Luca Sani e del Senato Roberto Formigoni, ha come obiettivo unificare le disposizioni normative, e pervenire ad una reale semplificazione dei procedimenti, attraverso un coordinamento e un'armonizzazione delle diverse fonti. ''Il settore - ha detto Sani - non può esimersi dal tema delle riforme. Questa nuova strategia politica dovrà occuparsi di semplificazione. Siamo pronti ad accettare la sfida del 'disboscamento' delle norme per agevolare la vita di impresa e dare competitività''. ''Semplificazione è tema fondamentale, anche perché a costo zero. E' tempo di rivoltare la sedimentazione di norme su norme'' ha sottolineato Formigoni.

Il documento è frutto di un lavoro congiunto che ha coinvolto le diverse sigle che rappresentano le realtà economiche del settore vitivinicolo: Agrinsieme (il coordinamento tra Cia, Confagricoltura e Alleanza delle cooperative italiane dell'agroalimentare), Unione Italiana Vini, Federvini, Assoenologi e Federdoc. ''Il susseguirsi di provvedimenti, a livello comunitario, nazionale e regionale, ha di fatto creato nel corso degli anni un coacervo normativo molto intricato ed eccessivo. Dalla coltivazione in vigna, alla produzione di vino, fino all'imbottigliamento e alla commercializzazione dei prodotti, le imprese devono ottemperare ad un numero insostenibile di obblighi'' lamentano gli operatori. Per questo le Organizzazioni del settore si sono fatte promotrici del Testo Unico finalizzato ad accompagnare, dalla produzione fino alla movimentazione e alla vendita, i prodotti che hanno origine dalla lavorazione delle uve: mosti, vini e aceti.

lunedì 24 febbraio 2014

Via un altro pezzo del Made in Italy, Krizia venduta ai cinesi

Se da una parte i francesi hanno già messo le mani su Bulgari, Fendi, Gucci, Pomellato e Loro Piana, le aziende italiane della moda fanno gola anche ai cinesi. E’ stato infatti firmato l’accordo di vendita del gruppo Krizia a Shenzen Marisfrolg Fashion, società attiva nel mercato asiatico delpret-a-porter di fascia alta. La formalizzazione dell’operazione, informa una nota, è attesa entro aprile.
Zhu Chon Un ricoprirà il ruolo di presidente del consiglio di amministrazione e direttore creativo della casa di moda milanese. Nei prossimi cinque anni, spiega una nota, la società prevede di aprire nuovi negozi a insegna Krizia a PechinoShanghai, Guangzhou, Shenzen e Chengdu e di riaprire gradualmente i punti vendita nelle città più importanti di Europa, Giappone e Stati Uniti.
“Siamo felici di aver incontrato Mrs. Zhu – ha affermato Mariuccia Mandelli, fondatrice di Krizia – con cui mi sono trovata subito in profonda sintonia. Penso che abbia la forza e il talento per continuare al meglio il nostro lavoro e portare Krizia a raggiungere nuovi successi nel mondo”. Zhu ha invece dichiarato di essere “una grande ammiratrice di Mariuccia Mandelli e davvero orgogliosa di prenderne l’eredità”.
”Dopo l’agroalimentare con il vino Chianti, i cinesi mettono le mani anche sulla moda con l’acquisto del marchio Krizia, nuova operazione di acquisizione dei gioielli del made in Italy che trovano in questi settori le loro espressioni migliori”, afferma Coldiretti, nel commentare la cessione della storica maison italiana, che “segue l’acquisto da parte di un imprenditore cinese della farmaceutica di Hong Kong dell’azienda agricola Casanova-La Ripintura, a Greve in Chianti”.

Mr. Sartorialist docente d'eccezione a Milano

Scott Schuman, mente e braccio del blog The sartorialist, considerato il più influente nel settore, arriva a Milano non soltanto per la settimana della moda, ma per assumere ufficialmente il ruolo di docente alla Domus Academy, scuola di moda e design. La sua prima lezione è stata un’occasione per gli studenti di confrontarsi con chi ha creato un vero e proprio modo nuovo di comunicare la moda: Schuman infatti nel 2005 ha creato The sartorialist, ed è considerato il precursore dei fashion blogger moderni, ma in chiave chic. Alle sfilate non è raro trovarlo, anzi. Fuori e dentro le location. Attento a cogliere con la sua macchina fotografica quel dettaglio sofisticato e ricercato, quel look che non passa inosservato, anche (e soprattutto) di gente comune. Si aggira cercando nel pubblico quello che il popolo della moda cerca sulle passerelle. L’anno prossimo festeggerà i 10 anni del suo blog, che è diventato il punto di riferimento per capire quanto la moda da strada possa influenzare quella delle passerelle. A 46 anni ha unito le sue due grandi passioni, la moda e la fotografia, al web che vede come canale privilegiato anche per il sistema fashion. The sartorialist ha un luogo presciso di nascita, i parchi di New York. Portava lì le sue figlie a giocare e, per non annoiarsi, le fotografava. E ritrarle con la macchina digitale è stata la sua scuola di fotografia. Ma la vita di papà Schuman è cambiata quando ha scoperto il programma semplicissimo che serve per creare i blog e aggiornarli gratuitamente. Nella foto, sa sinistra, Scott Schuman e Gianluigi Ricuperati, direttore Domus Academy.

Interesse crescente per la Vernaccia di San Gimignano

Nella bella cornice di San Gimignano con le sue affascinanti torri l’unica Docg bianchista della Toscana, la Vernaccia, ha espresso l’annata 2013 per la tipologia “Base” e la 2012 e 2011 per la Riserva. L’anteprima, riservata ai giornalisti, ha mostrato una Vernaccia davvero in forma in tutte le sue sfaccettature, e per l’occasione il Consorzio,  capitanato da Letizia Cesani, ha presentato al debutto il nuovo direttore, proveniente dal consorzio di Montalcino, Stefano Campatelli.
I 44 campioni del 2013  assaggiati hanno messo in luce ottima qualità media, profumi freschi e bell’acidità al sorso ed i restanti 24, tra cui le Riserve 2012 e 2011, si sono mostrati opulenti e pieni.
La particolarità dei terreni destinati alla produzione di Vernaccia conferisce al vino note peculiari, sono compresi fra i 200 ed i 500 m s.l.m. e sono quelli formatisi sui depositi pliocenici marini e costituiti da sabbie gialle (tufo) ed argille gialle, terreni fortemente caratterizzati dalla presenza di sabbia, quest’ultima insieme al tufo costituisce l’elemento che dona la sapidità ai vini.
Ottimi i numeri della Denominazione, gli ettari iscritti a Vernaccia di San Gimignano sono circa 800, nel 2013 è stata prodotta in 34.382 ettolitri, i produttori e i conferitori di uve, sono 162, di cui 130 imbottigliatori, le aziende associate al Consorzio sono 115, dei quali 70 imbottigliano. L”interesse crescente verso La Vernaccia di San Gimignano  è evidente anche da parte dei buyers internazionali proprio per le sue caratteristiche che, pur mantenendo un filo conduttore comune, si esprimono sia in vini semplici ed immediati sia in vini più complessi di grande evoluzione. L’export è pari al 40%, Germania, USA, Olanda, Belgio, Giappone, Svizzera, Inghilterra, Cina e Canada i paesi che più la richiedono.

Gino Cimmino, il sarto di tutti

Sono quaranta anni che Gino Cimmino confeziona abiti su misura per uomo nel suo atelier di piazza Carolina, a due passi da piazza del Plebiscito. Più che un mestiere, per lui l'attività sartoriale è una passione che risale ai tempi della scuola.
Gino Cimmino a quattordici anni diventa apprendista presso una sartoria napoletana dove lavora fino a quando, compiuti i ventitrè anni, decide di mettersi in proprio e di coltivare il suo sogno nel cassetto: diventare uno dei portavoci della tradizione sartoriale partenopea. "Amo la sartoria perchè mi dà la possibilità di essere a contatto con persone e personaggi con cui si instaurano veri e propri rapporti di amicizia". Questo dice e questo pensa sinceramente Cimmino. Tanto che per un cliente-amico è anche disposto a provare un abito dopo il normale orario di lavoro. "Tra i miei clienti ci sono molti imprenditori, manager e uomini politici che non hanno molto tempo a disposizione - dice il sarto -. Mi capita, quindi, in casi particolari, di lavorare anche alle nove di sera o durante l'ora di colazione". 

Altre volte Cimmino si reca di persona presso clienti che si trovano in altre città d'Italia. Una sua meta ricorrente è Roma. Nella capitale il sarto napoletano ha una nutrita clientela, soprattutto tra gli uomini politici. Primo tra tutti, l'ex presidente del Consiglio dei Ministri, Massimo D'Alema, ma anche esponenti dell'opposto schieramento politico quali Adolfo Urso, portavoce di Gianfranco Fini, e Altero Matteoli, ex ministro del governo berlusconiano. A dimostrazione che l'eleganza è un'ideologia che accomuna tutti. Ed è proprio "il sarto di tutti" il soprannome con il quale Cimmino è conosciuto nell'ambiente sartoriale, perchè riesce ad accontentare le richieste più diverse. La scelta di tessuti è ampia e adatta a tutte le tasche. Per questo inverno, ad esempio, c'è il pashmina, un tipo di cashmère leggerissimo che si ricava dal pelo di capre tibetane, riservato ai più raffinati, e anche bellissime lane super 180. Ma ci sono anche tessuti che, seppure meno costosi, sono di qualità e danno la possibilità anche ai più giovani di indossare un capo fatto su misura. Per le fantasie, si può scegliere tra i rigati di gran moda, i classici principe di Galles o i particolari "occhi di pernice". Il modello più facile da portare, e anche il più richiesto è quello classico alla napoletana con la giacca a tre bottoni. Esiste anche il finto tre bottoni, che si adatta perfettamente alle persone di più bassa statura. Piccoli trucchi del mestiere che Cimmino conosce bene e che utilizza per migliorare l'aspetto e il portamento dei suoi clienti. A Cimmino, come ad ogni buon sarto, basta un'occhiata e lo scambio di qualche parola per capire che cosa desidera un uomo che entra nel suo atelier. Di certo un vestito su misura che sia adatto al suo stile di vita e rispecchi la sua personalità. E Cimmino è lì per questo.

Sapori tra le righe, inchiesta di Michael Moss del New York Times

Cibo-sesso? Non esattamente: il vero binomio da indagare è cibo-droga. Perché attraverso il bliss point, il punto di beatitudine, si genera un piacere che provoca un coazione a ripetere. Praticamente si induce dipendenza. Ecco cosa è, come funziona e come lo hanno usato le industrie alimentari. Ne parla Michael Moss nel libro-inchiesta che svela meccanismi e trucchi utilizzati dalle multinazionali del food ai danni del consumatore.
Si chiama bliss point ovvero punto di beatitudine, quello stato di appagamento indotto da un cibo che spinge a volerne ancora. Accade principalmente con i prodotti confezionati: le chips, una merendina, gli snack salati e altro ancora. E non è un caso, né una nostra insana passione per tutto quel che è cibo spazzatura. Ma il risultato di un preciso lavoro di laboratorio che studia, e usa, il quantitativo esatto di zucchero, grassi, sale per generare nel consumatore proprio quel tipo di piacere, quello per cui si è indotti a mangiarne o berne ancora. E diventare, potenzialmente, un consumatore compulsivo. Si tratta di provocare un desiderio indotto, la pulsione a ripetere l'esperienza e ricreare quindi le condizioni di quel piacere.
Accade con tutti i prodotti dell'industria alimentare: vengono progettati a tavolino per agire su alcuni meccanismi neurologici in modo simile alle droghe, tabacco soprattutto (a proposito: non è inquietante il legame di Philip Morris con Kraft?) e indurre una sorta di dipendenza. E lo fanno proprio grazie a questa parabola di grassi-sale-zucchero. A confermarlo alcuni studi scientifici sui topi, nei quali la somministrazione combinata di questi tre elementi fa superare la percezione del senso di sazietà e li spinge a sovralimentarsi.

Avviene così che anche nel pane industriale non manchi una consistente presenza di zuccheri, spesso utilizzati anche come sostituti di ingredienti più costosi, che lo stesso saccarosio venga potenziato nel suo potere dolcificane da esaltatori di sapidità, che il sale venga sottoposto a una polverizzazione estrema per rendere più forte la sua percezione sulla lingua. Così da incrementare l'esplosione di sapore generata da patatine e altri snack salati, ma attenzione: il sale è presente, in quantitativi rilevanti, anche nei biscotti, nei cereali, nelle merendine dolci.

Michael Moss, giornalista del New York Times e premio Pulitzer, ricostruisce in Grassi, Dolci, Salati. Come l'industria alimentare ci ha incastrati il percorso intrapreso dalle multinazionali del food americane quando, era la fine degli anni '90, si iniziò a puntare il dito proprio contro di loro per la responsabilità nell'emergenza obesità degli USA. In quel periodo la cattiva nutrizione era diventato un problema nazionale e le aziende dovettero allinearsi – almeno apparentemente – alle nuove campagne governative riguardo l'alimentazione. Almeno apparentemente, dicevamo, perché l'obiettivo delle grandi multinazionali non era allora come non è oggi il benessere pubblico, ma il profitto e il dominio sul mercato, possibilmente sconfiggendo la concorrenza. Proprio in quel periodo dunque si iniziò a studiare il bliss point, calcolando l'esatta quantità di grassi, zucchero o sale che genera quello stato di appagamento che induce a desiderare ancora il prodotto e quindi a ripetere l'acquisto. Inquietante dietro le quinte di operazioni di marketing che puntano a riabilitare agli occhi dell'opinione pubblica i prodotti incriminati.
Iniziarono a comparire allora i nuovi tormentoni, parole comeintegrale, naturale,vitamine aggiunte, strumenti di una comunicazione spesso ingannevole cui non corrisponde alcun valore nutritivo aggiunto o maggiore salubrità del prodotto. Pura operazione di marketing, senza considerare i veri e propri casi di contraffazione. In soldoni: molte chiacchiere, poca (quando nessuna) sostanza.

Gratificazione, desiderio indotto, dipendenza. Queste la chiavi su cui agisce l'industria alimentare. Così facendo si incentivano comportamenti compulsivi, paragonabili a quelli indotti dalle droghe, cui il consumatore meno consapevole cede. Soprattutto se il prezzo di vendita è particolarmente basso, ovviamente a scapito della qualità della materia prima. Ci penseranno additivi e aromi naturali a mascherare e rendere gustosi i prodotti, tessendo un vero e proprio inganno sull'esatta natura di ciò che si sta mangiando. Così si progettano cibi che il nostro palato e il nostro cervello giudicano perfetti, dunque desiderabili al limite della dipendenza. Concorrono a costruire questa grande illusione le textures, la consistenza sotto i denti o sul palato, il rumore emesso durante la masticazione (il famoso crunch o crock), un primo impatto gustativo intenso così da far recepire immediatamente questi cibi come buoni, la facile deglutizione che lascia subito spazio a un nuovo boccone. In qualche modo c'è una grande seduzione inconsistente: all'impatto immediato segue un finale scarico che spinge a un nuovo assaggio proprio per ricreare il forte piacere iniziale, sempre disatteso dal procedere dell'esperienza che rimane così inconclusa. C'è un altro fattore molto importante: il basso, quando non assente, apporto proteico che indurrebbe senso di sazietà. Gli snack in buona sostanza sono calorie vuote, l’organismo non le registra come nutrienti, e quindi continua a cercare altro cibo, possibilmente proprio quello che dà appagamento. Il bliss pointè continuamente chiamato in causa, e continuano le ricercheper innalzare la soglia del punto di piacere. L’obiettivo, ovviamente, è sollecitareil desiderio di consumarne sempre di più, fino alla dipendenza. Le definiscono food addiction, dipendenze da cibo.

Nel libro-inchiesta Moss non manca di chiamare in causa alcuni noti marchi del settore alimentare svelandone pratiche poco chiare e pubblicità ingannevoli. Il cosiddetto junk food è l'imputato principale, ma insieme a questo ci sono i più diversi cibi pronti, precotti o surgelati; pizza, primi o secondi piatti che somigliano da vicino a quanto potrebbe essere preparato a casa, ma a un'analisi più approfondita “giocano sporco” puntando proprio ai tre elementi cardine del piacere – grasso, dolce, salato - per spingere a consumarne ancora e ancora. Un nemico tanto più subdolo quanto più celato sotto un'apparenza innocua e familiare.
Ma da dove nascono queste preferenze alimentari? Principalmente sono un retaggio evolutivo: attraverso il gusto si distingueva tra buono e pericoloso, individuando nel dolce e nel salato i sapori della sopravvivenza, nell'acido e nell'amaro quelli del rischio, mentre la triade calcolata nelbliss point - zuccheri, grassi e sale - è quella degli alimenti più ricchi che in epoche remote erano difficili da reperire e indispensabili per la sopravvivenza, situazione che ormai non ha nessun riscontro nelle esigenze effettive del mondo occidentale.
Giocando su questi elementi l'industria alimentare ha costantemente intrapreso un'opera di circonvenzione del pubblico, ai danni della salute del consumatore e delle nazioni, costrette ad affrontare un'emergenza sanitaria, non solo preoccupante, ma anche onerosa. Chi, come, quando è ciò che si propone di raccontare Michael Moss.

domenica 23 febbraio 2014

Giovanni Colacicchi, interessante artista ciociaro

Giovanni Colacicchi è uno di personaggi della provincia a dar lustro ed onore alla nostra Terra. Grande artista pittore ma anche umanista, scrittore, poeta, giornalista, insegnante. Nacque ad Anagni agli inizi del 1900 e pur vissuto essenzialmente a Firenze dove fu professore e successivamente direttore della locale Accademia di Belle Arti, tenne sempre vivi i suoi rapporti con la città di nascita, dove risiedeva regolarmente.
Non vogliamo parlare della sua vita ricca di avvenimenti di arte e di cultura e di riconoscimenti  ufficiali e consigliamo di consultare il sito del Liceo Artistico di Anagni che dall’anno scorso è a lui dedicato. Vogliamo attirare l’attenzione sui rapporti avuti con un altro grande ciociaro e cioè con Libero de Libero quando questi era direttore, a Roma, della celeberrima Galleria d’arte La Cometa fondata da un’altra personalità eccezionale pure ciociara, questa volta una donna, di Carpineto, nipote di Leone XIII, e cioè Mimì Pecci Blunt, presso di cui tenne una mostra personale nel 1938.

Qui invece vogliamo informare che una sua opera della più grande importanza sia dal punto di vista della qualità e sia di quello delle dimensioni  (180x358 cm) andrà in vendita nei prossimi giorni al pubblico incanto presso una casa d’aste di Firenze. Si tratta della  “Allegoria della Commedia e della Musica”  che rappresenta a mio avviso senza dubbio alcuno una delle sue opere più  significative. Rammentiamo che al salone di rappresentanza della Amministrazione Provinciale si ammirano una serie di tele dell’artista, commissionategli parecchi anni fa da qualche lungimirante responsabile dell’Ente e qualche altra anche nella Cattedrale di Frosinone. Ma sono poca cosa rispetto alla imponenza direi istituzionale e anche al messaggio intrinseco di questo capolavoro. Se non vi sono concorrenti tutto lascia ritenere che l’opera si possa acquistare per circa quarantamila Euro,  cioè  il prezzo di una vettura familiare, cioè niente.
Oltre che ad arricchire le private istituzioni, l’opera dovrebbe tornare al patrimonio culturale dei cittadini grazie alla partecipazione di qualche ente pubblico sensibile al richiamo e alla rarissima opportunità.

Alberto Morrocco, artista a metà strada tra Scozia e Ciociaria

All’estero vi è sostanzialmente una seconda Italia, come si sa. Gli emigrati in numero di circa trenta milioni che hanno lasciato il Paese tra il 1870-80 fino alla metà del secolo scorso rappresentano una seconda Italia, oggi, di circa sessantamilioni! Una realtà inaudita, incredibile, colossale: non credo che esista una vicenda analoga sul pianeta. Una forza immensa.
Le nostre autorità, da sempre, hanno provveduto solo marginalmente ad affrontare e a gestire questa seconda Italia, riferendosi e limitandosi  a questioni meramente e elementarmente  burocratiche: il passaporto, il servizio militare, il rinnovo di un documento, ecc. e a favorirne le ricche rimesse per circa un secolo. 
Anzi, queste comunità di emigrati  sono servite solo per giustificare la istituzione,  certamente da primato, di sedi ed uffici di rappresentanza che il più delle volte, se non sempre, rappresentano delle autentiche sinecure di bella vita cioè  amministrano sé stesse, senza alcun beneficio vero e autentico per le comunità e di riflesso per il loro paese originario o le loro origini.  A parte  qualche caso di retorica e di pathos, le autorità, anche quelle nostrane, nulla e niente conoscono, salvo il solito insignificante periodico viaggetto, di quello che avviene al di là delle Alpi con riferimento alle comunità una volta italiane.
Qui vogliamo soffermarci  su un episodio di cronaca che è occasione per richiamare alla memoria questa vicenda inaudita degli italiani all’estero e altresì il fatto che la prima emigrazione in assoluto dall’Italia verso alcuni Paesi al di là delle Alpi è iniziata, e durata nel tempo, proprio dalle  contrade della Ciociaria ed esattamente da alcuni paesetti arroccati sui monti che fanno corona alla Valle di Comino, già dalla fine del 1700: i pionieri, gli avamposti della diaspora. Eppure fino ad oggi eccetto che per il leone rampante e l’ippoterapia e la clown-terapia e il concorso giornalistico internazionale e il festival lirico e perfino  l’esperanto, nulla e niente si fa o si è fatto per i milioni di emigrati ciociari! Una disfatta insanabile, imperdonabile. 

E nella ricca comunità scozzese concentrata non solo in Glasgow e Edinburgo ma in tutte le cittadine verso il Nord quali Kircaldy, Perth, Dundee, Aberdeen, Stirling, se si prende l’elenco telefonico si resta sbalorditi nel costatare  quanti Caira, Visocchi, Vettese, Crolla, Pacitti, d’Inverno, Iaconelli, vi sono elencati e quanti imprenditori, alcuni inimmaginabili. E tra questi scozzesi ciociari sono fioriti sportivi, industriali, gente di cultura, imprenditori, professionisti, artisti. 
Tra questi ultimi vogliamo citare solo, rimanendo in Iscozia, Eduardo  Paolozzi (si noti: Eduardo), artista contemporaneo morto  cinque-sei anni fa, di enorme successo quale scultore e pittore, tanto, tra le molte onorificenze e cariche, da essere stato insignito del titolo di Sir dalla regina. Era originario di qualche paesino delle Mainarde ciociare o molisane: c’è poi Jack Vettriano, vivente, uno dei grandi artisti inglesi di oggi: in onore della madre, una Vettraino di Belmonte Castello, lui stesso ha trasformato il cognome in Vettriano.  
E poi, non per ultimo, c’è il nostro grande scozzese, pure lui di origine ciociara, della presente cronaca: Alberto Morrocco, anche lui, questa volta per errore burocratico dell’impiegato comunale, in realtà  originariamente Marrocco, figlio   di un Domenicantonio Marrocco da Cervaro, emigrato a Aberdeen fine 1800-inizi secolo dove alla fine faceva il gelataio caffettiere e che sposò  una Crolla Celestina che subito individuiamo come figlia della dinastia numerosa e avventurosa,  in gran parte dedita alla pastorizia, originaria delle Fontitune di Picinisco. 


sabato 22 febbraio 2014

All'associazione "Teatro e Solidarietà" il Premio Giotto 2014

Il riconoscimento del Premio Giotto 2013, rassegna annuale nella cittadina di Boville Ernica verrà assegnato all’associazione “Teatro & Solidarietà” che da oltre trenta anni opera nel campo artistico e sociale proprio nel comprensorio di Boville Ernica.
Un riconoscimento importante che il sindaco Piero Fabrizi consegnerà al noto gruppo di attori locali capeggiati dal dottor Renato Genovesi e dal "decano" Mario Genovesi. Passione, dedizione, amore per il proprio territorio e le proprie tradizioni ed una notevole carica entusiasmo da anni hanno porta in alto proprio il nome di Boville Ernica con rappresentazioni in dialetto, sempre nel segno della solidarietà, con una mano tesa ai meno fortunati.
La consegna del premio avverrà il 30 marzo alle ore 18 presso il museo civico S. Francesco. La scorsa edizione ha visto l’assegnazione del premio a monsignor Vincenzo Paglia, tra i fondatori della Comunità di S. Egidio.
"L’associazione “Teatro & Solidarietà” rappresenta una delle eccellenze del nostro territorio, con una storia quasi quarantennale dietro le spalle, in cui ha saputo ben rappresentare, nel dialetto locale, gli usi e i costumi del nostro territorio – ha dichiarato il presidente del Consiglio comunale Anthony Astolfi - Oltre a riempire le piazze con i loro spettacoli, “Teatro & Solidarietà” ha saputo portare avanti in tutti questi anni importanti iniziative di solidarietà, con rappresentazioni benefiche, raccolte di fondi e donazioni a favore dei più bisognosi". Quest'anno inoltre l'associazione sarà protagonista di una bellissima trasferta negli Stati Uniti d'America dove gli attori porteranno in scena le loro commedie facendo rivivere ai tanti ciociari presenti nella Grande Mela la comicità, la tradizioni e le contraddizioni della loro terra d'origine. 

A Picinisco una gustosa anteprima di "Pastorizia in Festival"

In attesa della XIII edizione del festival etno-musicale “Pastorizia in festival”, viene lanciata l’iniziativa “Aspettando Pastorizia in festival”, prevista per il 16 marzo 2014 nel territorio del comune di Picinisco, piccolo ed incantevole centro medioevale della Valle di Comino.
L'atteso festival all’insegna della riscoperta di sapori, odori e strumenti tradizionali, promosso dall'Associazione Culturale Calamus, si svolgerà successivamente nelle consuete date estive del 9 e 10 agosto. La manifestazione etno-musicale è volta alla riscoperta di sapori e strumenti di un tempo che hanno fatto la tradizione. Per accompagnare le giornate non mancherà la buona musica, le degustazioni di ottimi formaggi, come il locale Pecorino di Picinisco che ha recentemente ottenuto il riconoscimento Dop e dei vini locali della Valle di Comino che si stanno piano piano ritagliando un ruolo sempre più importante nel panorama enogastronomico nazionale. Particolarità ormai consueta dell'evento è la riapertura delle botteghe artigiane di una volta in cui si potrà assistere alla lavorazione del latte e dei prodotti caseari.
“Pastorizia in Festival” segna per tutto il territorio di Picinisco, un’inversione di tendenza culturale rispetto ad una tradizione molto diffusa nelle nostre terre, ma anche molto dimenticata: la pastorizia. La pastorizia e i pastori sono sempre stati ritenuti, a torto, una espressione “bassa” della nostra cultura e quindi non degna di nota. In realtà, le abitudini, le credenze, e soprattutto molti dei loro usi e costumi, lasciano una traccia visibile ancor oggi.

Al via le celebrazioni per il bicentenario del Tulliano ad Arpino

Ad Arpino, in provincia di Frosinone, è particolarmente ricco e variegato il programma delle celebrazioni per il Bicentenario dell'istituzione del Collegio “Tulliano”, fondato da Gioacchino Murat (2 giugno 1814 - 2 giugno 2014).
Il prestigioso istituto scolastico è anche sede, ogni anno, del Certamen Ciceronianum Arpinas, la gara di traduzione e commento dal latino di un brano di Marco Tullio Cicerone. Il Tulliano all'epoca rientrava nel quadro di una riorganizzazione dell'istruzione legata alle necessità dei nuovi ceti dirigenti. Il decreto murattiano stabiliva la nascita di un collegio-convitto, per l'insegnamento delle belle lettere e delle scienze, e con l'introduzione, rispetto a istituzioni di pari grado, di due nuove cattedre: eloquenza latina e italiana e chimica applicata delle arti. La gestione e gli insegnamenti vennero affidati ai padri barnabiti. Dal 1849, con decreto di Ferdinando II, subentrarono i gesuiti, le cui cure durarono soltanto per un decennio, mentre a seguito della legge Casati del 1861 il Tulliano venne dichiarato governativo e affidato all'Amministrazione provinciale di Caserta, con separazione tra il liceo-ginnasio e il convitto. Allievi illustri dell'istituto sono stati, tra gli altri, l'antropologo Giustiniano Nicolucci, lo storico Pietro Egidi, lo storico e ministro del Regno d'Italia Pietro Fedele e l'agronomo Pasquale Visocchi, celebre per aver impiantato i primi vitigni di Cabernet nella valle di Comino, in particolare nel centro di Atina.

La magia di petali, fiori e foglie .. il grande spettacolo dei pugnaloni della Madonna del Fiore ad Acquapendente

"La comunità fece ordine in perpetuo di fare una solenne festa a mezzo Magio,nel tempo che successe quel miraculo,con processione, per memoria della gratia riceuta d'essersi liberata dal tirando..."  (Paolo Biondi, Croniche di Acquapendente)
Ogni terza domenica di maggio si celebra la festa della Madonna del Fiore che ha la sua espressione più caratteristica nella manifestazione dei Pugnaloni. Oggi i pugnaloni non sono più strumenti agricoli, ma splendidi pannelli (3,60X2,60 metri) disegnati e poi ricoperti con un grande mosaico di petali di fiori e foglie. 
La realizzazione dei pugnaloni richiede molto tempo, dal bozzetto alla ricerca di fiori e foglie che daranno vita alla composizione, ma si entra nel vivo il sabato quando comincia l’esecuzione vera e propria: il lavoro intenso, che vede la partecipazione appassionata e fortemente sentita di tante persone, procede per tutta la notte fino alla mattina della domenica quando l’affresco è pronto per essere esposto nelle vie e nelle piazze del centro antico. Nelle prime ore del pomeriggio i pugnaloni vengono trasferiti nella piazza del Duomo dove, in serata, comincia la sfilata fino alla piazza nella quale confluiscono anche il corteo storico e gli sbandieratori.
La sfilata dei pugnaloni precede la processione della Madonna del Fiore che segna il momento più alto della festa. Al termine della manifestazione i pugnaloni vengono sistemati nella cattedrale del Santo Sepolcro dove rimangono esposti per un anno, ma il colore comincia a spegnersi già la sera della domenica. Gran finale con la votazione dei pugnaloni più belli.
 

Puglia, sapori semplici e genuini

La produzione agricola pugliese è legata soprattutto al grano duro e all'olivo. I prodotti tipici pugliesi più famosi, infatti, sono gli oli (ben 5 sono gli oli extravergini con riconoscimento DOP) e il pane di Altamura, l'unico pane in Italia in grado di fregiarsi del marchio DOP. Dal grano duro coltivato in Puglia non si produce solo pane, ma anche pasta fresca, come le orecchiette, il formato simbolo della regione. Il panorama caseario non è molto ricco, la Puglia si distingue soprattutto per la produzione di formaggi a pasta filata (mozzarella, burrata, caciocavallo) e pecorini freschi e stagionati. Ancora meno interessante la produzione di salumi, condizionata dal clima indatto alle produzioni norcine. Solamente a Martina Franca, dove si produce il famoso capocollo, si trova una produzione di salumi degna di nota. La cucina pugliese si presenta geograficamente abbastanza omogenea: nei quattro angoli della regione si possono gustare gli stessi piatti, solo con alcune piccole variazioni locali nella loro preparazione.

In questo modo sono nate alcune delle specialità regionali più squisite, come le orecchiette alle cime di rapa e acciughe.

Il menù pugliese è semplice e sostanzioso ed è basato sulla combinazione di elementi genuini, come abbiamo già avuto modo di dire, quali pasta, pesce e verdura.
Per gli antipasti molto spesso si prediligono i salumi. Tra questi ricordiamo il capocollo, la soppressata e le salsicce: quella ai semi di finocchio fatta a Martina Franca e quella di Lecce, chiamata anche sanguinaccio, fatta con il sangue ed il cervello del maiale.

La pasta, come del resto accade in tutte le regioni del centro sud italiano, è la regina della tavola pugliese.
Sono famosissime le orecchiette pugliesi, la pasta a forma di piccola conchiglia che raccoglie il sugo in maniera eccellente, ma si possono trovare anche le pestaluzze, le chiancarelle, i troccoli, lefenescècchie.
Varie le ricette per condirle con sughi a base di carne o pesce. A Bari è stato inventato il più famoso deiragù pugliesi di pesce, il ciambotto, che in dialetto significa miscuglio, ottenuto con diverse specialità pescate nel mare Adriatico.
I pugliesi non sono però insensibili anche al ragù di carne che può essere di vitello, di castrato o di maiale, oppure una combinazione di questi tre elementi. Spesso e volentieri la pasta viene accompagnata da un'insalata di peperonipomodori, prezzemolo, cipolla ed aglio, che viene chiamatascattiata tarantina.
Piatto di pasta ricchissimo e festoso, preparato nelle occasioni speciali, sono i maccheroni al forno. Dopo aver ricevuto il sugo la pasta viene mischiata a polpettine, uova sode a pezzettini, fettine di salame, di uova, di scamorza e di pecorino. Il tutto viene posto in un involucro di pasta dolce e messo in forno.

 

venerdì 21 febbraio 2014

Cocullo, il culto di San Domenico Abate ed il "rito dei serpari"

Fra le varie feste di primavera che si possono rintracciare in giro per il nostro Paese particolarmente interessante è quella che si svolge il primo giovedì del mese di Maggio aCocullo, un piccolo paese dell'aquilano, annidato in montagna, tra la valle Peligna e la Marsica.
Si tratta della festa di San Domenico Abate che, secondo la tradizione è il protettore dagli animali velenosi e rabbiosi e che nella denominazione tradizionale locale assume anche il nome di  "festa dei serpari".

Ogni primo giovedì di maggio la statua del santo, attorno alla quale si attorcigliano serpenti innocui catturati nelle campagne circostanti, sfila in processione per le vie del paese tra canti e preghiere, seguita da un folto corteo di fedeli, e sotto gli occhi di curiosi da tutto il mondo. 
Nella sua semplicità, la cerimonia ha un fortissimo impatto visivo ed emotivo, perpetuando da secoli un rito in cui si mescolano elementi religiosi e pagani. 
I serpenti che non trovano posto sulla statua "sfilano" trasportati a braccia dagli abitanti, che iniziano a catturarli già nelle settimane precedenti la festa. 
Suggestiva e profondamente legata alla spiritualità popolare è anche la chiesa di San Domenico, che conserva pregevoli croci della scuola di Sulmona, ma soprattutto le reliquie e la statua del Santo, veneratissima tutto l'anno.
La festa dei serpari ha origine pagana al pari di quasi tutte le celebrazioni popolari. L'antica gente marsicana aveva il culto dei rettili per onorare la Dea Angizia (dal latino angius= serpente) che le aveva insegnato l'uso dei veleni e controveleni. Si narra che avesse dimorato in una grotta ai limiti del lago Fucino. Era stata una donna forse piu' esperta di altre, che, praticando magia e medicina (due arti allora intrecciati tra di loro) fu in seguito mitizzata e innalzata al rango di Dea protettrice. 
Col tempo, con l'evolversi delle culture e della religione, al posto della Dea Angizia il popolo marsicano pose San Domenico Abate, in onore del quale ancora oggi si celebra la festa dei "serpari". 
Si racconta che nella recente "antichita'" la gente di Cocullo e i pellegrini, per ottenere la grazia delle guarigioni, percorrevano in ginocchio battendosi il petto il tragitto fra la chiesa parrocchiale e la statua del Santo e, chi soffriva di mal di denti o voleva tenere lontano questo dolore, tirava la catena della campanella della chiesa di San Domenico direttamente con i denti, cosa che ancora viene puntualmente fatta, proteggendo la propria igiene con un fazzoletto.
Una vera e propria sostituzione di prodotti culturali, che non ha mancato di lasciare tracce evidenti. Le forme della devozione fanno fatica a cambiare anche quando avviene un rinnovamento del culto e le tracce dei culti più antichi spesso continuano a sopravvivere, proprio perché rimangono impresse nella coscienza collettiva.


Quattro sono le specie di serpi nel Rito di Cocullo:

Il CERVONE (elaphe quatuorlineata) è l’esemplare più grande. Può raggiungere e superare i due metri di lunghezza. E’ il più raro e il più difficile da catturare.

Il SAETTONE (elaphe longissima) o colubro d’Esculapio, detto comunemente “lattarina” o “pastoravacca”, in seguito alla falsa credenza che sia in grado di cingere le zampe delle mucche per non farle muovere (appastorare) e di succhiarne il latte.

La BISCIA DAL COLLARE (natrix natrix) che vive nelle sone umide, famosa perché attua una tecnica di autodifesa particolare: si finge morta al momento della cattura.

Il BIACCO (col uber viridiflavus) detta anche serpe nera, è la più vivace ed è aggressiva.

Si tratta di specie innocue. I loro morsi, infatti, provocano solo una lieve irritazione della parte offesa, senza conseguenze.
Una volta catturate vengono custodite con estrema cura fino al giorno della festa.
Un tempo si riponevano nei recipienti di terracotta. Attualmente vengono tenute dentro apposite cassette di legno.
Dopo la celebrazione, i serpari le liberano restituendole al loro ambiente.

info comune di Cocullo: http://www.comune.cocullo.aq.it

Agostina Segatori, una modella ciociara a Montmartre


Le modelle e i modelli d’artista ciociari tra fine 1800 e inizi 1900 sono quelli che hanno inventato la professione di modello e modella nella letteratura e nell’arte, cioè quelli che ne hanno fatto un mestiere, e come tale burocraticamente individuato. 
E le modelle e i modelli ciociari prima a Roma  tra fine 1700 e per tutto il secolo successivo e poi a Parigi con successo planetario e anche a Londra, sono quelli che tra l’altro hanno ispirato a tanti grandi e grandissimi artisti alcuni  loro  capolavori e che ora fanno la gloria dei grandi musei del mondo. 
Famossima anche Maria, la baronessa di Gallinaro, che diede il proprio corpo splendido per il capolavoro di Rodin, l’Eva incompiuta. 

Una di queste modelle ciociare, originaria dei Simbruini, ha ispirato due capolavori di Van Gogh, decine di opere famosissime di Corot, esposte al Louvre, al Museo d’Orsay, al Museo Van Gogh di Amsterdam, alla Galleria Nazionale di Washington e in decine di altri Musei e che posò per Gérôme, per Cabanel, per un capolavoro di Manet, per Renoir e per tanti altri. Posò sia in costume ciociaro e sia con altri abiti. 
Si chiamava Agostina Segatori, visse sempre a Parigi e l’ultima sua residenza ove abitò per circa trentanni  fino al 1910 col marito e poi col figlio, fu una piazzetta miracolosa, famosa in tutto il mondo, ai piedi del Sacro Cuore a Montmartre, visitata letteralmente ogni giorno da migliaia di turisti e di pellegrini dell’impressionismo provenienti da ogni angolo della terra, Place du Tertre 3, primo piano. 



Ora, ecco la bella notizia che ci riguarda, il Sindaco di Montmartre, che è il XVIII arrondissement di Parigi, ha accolto una segnalazione circostanziata che gli è stata presentata e ha dato incarico alla commissione comunale apposita di esaminare la possibilità di apporre una targa che ricordi ai visitatori che al n.3 della piazzetta ha abitato per trentanni Agostina, modella ciociara di Van Gogh, di Corot, di Manet, di Renoir.

Caciocavallo, ricotta, pecorino, caciotta, salsicce e .. molto altro tra i più conosciuti prodotti tipici delle montagne del Matese

Per secoli, fin dalla preistoria, i pastori hanno trasferito greggi e mandrie, spostandole tra la montagna e la valle e viceversa, assecondando l’alternarsi delle stagioni.
La transumanza è un viaggio autentico, bagaglio di saperi, lingue e leggende. In centri come Gallo Matese, Letino, Valle Agricola i pastori escono all’alba con le loro greggi, e trascorrono le giornate sui monti, alla ricerca dei pascoli migliori.
Quasi ovunque soppiantati dall’utilizzo dei mezzi a motore, qui i tratturi, le antiche vie utilizzate per la transumanza, esistono ancora. Sono il filo rosso che unisce luoghi e genti del Matese, tracciandone il carattere.
Come nel minuscolo borgo di Mastramici, in territorio di Pietraroja, dove il passato è ancora attuale: tra le case, allineate secondo lo schema dei vici sanniti, su un viottolo ingombro di paglia si affacciano stalle e ovili. Sul Matese i pastori sono ancora in viaggio.
I prodotti della gastronomia locale, direttamente derivati dal mondo pastorale e contadino, rendono la visita del Parco piacevole anche per gli amanti della tavola. Dagli allevamenti bovini, ovini e caprini si ottengono autentiche prelibatezze: dal formaggio pecorino alle caciotte, dalla mozzarella ai pregiati caciocavalli, segnalati tra i migliori d’Italia e lavorati soprattutto nei centri abitati più prettamente montani.
Il clima severo di Pietraroja si presta alla stagionatura di ottimi prosciutti, che insieme a salumi genuini come il cazzu ‘ntontulu, tipico di Castello Matese, guarniscono gli antipasti delle molte aziende agrituristiche della zona.
I boschi regalano fragoline, more e mirtilli, dai quali si ricavano ottimi dolci. E poi origano, maggiorana, castagne e profumatissimi funghi. Nelle zone collinari della fascia pedemontana, tra terreni alluvionali e falde ben drenate al piede dei versanti, si stendono floridi oliveti dai quali si ricava un olio d’oliva molto apprezzato.
I piatti tipici locali si basano su sapori semplici e al tempo stesso decisi. Si va dai primi a base di pasta fatta in casa, come i fusilli e le tagliatelle, da accompagnare con legumi o coi tradizionali sughi meridionali. Una vera prelibatezza sono i cavatelli artigianali, conditi con ragù di carne con sugo di agnello e serviti con una spolverata di pecorino.
I secondi sono generalmente a base di carne. L’abbondanza di pascoli incontaminati fa sì che agnelli e capretti forniscano carni tenere e genuine. Allo spiedo, alla brace, queste carni accompagnano sempre i giorni di festa e le occasioni di relax in montagna.
Piatti tradizionali sono lo spezzatino di capretto alla cacciatora, l’agnello cacio e ova, mentre una vera prelibatezza è la pezzata, una preparazione a base di agnello, che viene cucinato secondo l’usanza dei pastori della transumanza, ovvero bollita a lungo e profumata con gli aromi dei boschi e dei pascoli di montagna.
E poi ci sono i piatti derivanti dalle coltivazioni strettamente locali. L’area di Gallo e Letino è nota agli intenditori per gli ottimi fagioli, coi quali si possono preparare zuppe e minestre, come i fagioli con sugna e cotiche, oppure salsiccia e fagioli. Le terre di Alife producono una varietà di cipolla particolarmente gustosa, con cui vengono preparate zuppe e frittate, e alla quale ogni estate è dedicata una specifica festa. Ad Ailano si preparano marruche (lumache) in brodo.
Panettieri e massaie, oltre a impastare e cuocere ottime pagnotte, sfornano anche caniscioni (pasta di pane ripiena) di verdure, prosciutto, uova o formaggio. Nella zona di San Lorenzello sono rinomati i taralli.
Le ricorrenze a sfondo culinario abbondano in ogni centro del parco. Le sagre di Cusano Mutri sono ormai famose, e attirano ogni anno decine di migliaia di visitatori.
Quella dei Prodotti Tipici si svolge all’inizio dell’estate, mentre quella dei Funghi chiude la stagione. In autunno, nella vicina frazione di Civitella Licinio, come anche a Cerreto Sannita, si svolge invece la Sagra della Castagna.
Le rinomate fiere settembrine di Massa di Faicchio, dove scorre buon vino, danno l’opportunità di stare insieme e assaggiare le delizie della cucina locale, oltre che fare posto nelle cantine per il vino nuovo.
Le giostre medievali di Castello Matese si accompagnano alle sagre che rallegrano quasi tutto il mese di agosto. Ma si sa, quella dell’estate è aria di festa. Infatti in molti centri del Matese vengono organizzati eventi del genere: gli antichi sapori sono di casa a Gioia Sannitica, dove per le feste gastronomiche i cibi vengono preparati da cucine locali, secondo ricette e metodi esclusivamente artigianali.
A Letino si tengono la Sagra del Formaggio e il Ferragosto Letinese, a Raviscanina la Sagra della Pannocchia, a Valle Agricola il Ferragosto Valligiano, a Cerreto Sannita l’Estate Cerretese.
Questi momenti sono ottime occasioni per fare festa e bere in compagnia, per ritrovarsi in piazza e perdersi a tavola. 

giovedì 20 febbraio 2014

I formaggi del Matese sbarcano in Canada


La conduzione familiare e la passione sincera sono solo due dei segreti del successo dell'Azienda Casearia Ettore Ferritto di Letino, in provincia di Caserta, specializzata nella produzione di latte bovino e nella trasformazione. A raccontare esordi e progetti dell'azienda, guidata oltre che dal titolare Ettore Ferritto, dalla moglie Giuseppina e dalla figlia Angela, è Domenico Ferritto, altro figlio del titolare e casaro per vocazione, nonostante la giovane età.
Per un casaro di esperienza non c'è un momento della lavorazione meno importante o per cui è richiesta una minore dose di attenzione: ogni passaggio, dall'alimentazione degli animali alla fase delicata della mungitura o a quella della stagionatura, necessita di una cura particolare e concorre, con le giuste precauzioni, alla realizzazione di un prodotto genuino e sicuro. A raccontarlo è Domenico Ferritto, giovane casaro del Caseificio Ferritto di Letino ed erede di un'intera famiglia dedita al settore caseario. "Avrei potuto seguire altre strade", racconta, "ma ho preferito portare avanti la tradizione di famiglia e continuare quest'attività già ben avviata".
Nata precedentemente come azienda agricola specializzata nella produzione di latte bovino, oggi la Ferritto, caratterizzata da un allevamento di 40 capi, per 250 litri di latte quotidiano, è specializzata nella produzione del celebre caciocavallo e nella mozzarella oltre che in altri formati, spesso assolutamente originali. 

"Sono particolarmente fiero del nostro Molito, una forma di 27 chili stagionata dai 4 ai 6 mesi molto simile all'Emmental", spiega, "ma più dolce rispetto ad esempio ad un parmigiano perché il latte utilizzato non è sgrassato e quindi mantiene la pasta più morbida". 
Genuinità ed attenzione ai dettagli hanno compensato la scarsa partecipazione alle fiere di respiro nazionale. "Molto dobbiamo sicuramente agli emigranti", ammette Domenico Ferritto, "che ad esempio hanno fatto conoscere il nostro prodotto in Svizzera e Canada, ma l'estate scorsa una degustazione promossa ad Anversa dal Gal Alto Casertano, ci ha aperto nuove strade". 
Nei progetti, oltre alla possibilità di acquisire nuovi mercati, si guarda ad alcune novità nella gamma produttiva. "Da sempre il mio sogno è quello di realizzare un grana del Matese", conclude Ferritto. "Dobbiamo fare i conti con la quantità di latte prodotto, ma la passione aiuta a superare qualsiasi ostacolo".

California, piccoli grandi vini crescono

La California è considerata una delle zone più vocate per la coltivazione della vite, anche se l'escalation qualitativa si è avuta solamente a partire dalla fine degli anni '70, grazie alla produzione di eccellenti Cabernet Sauvignon e Chardonnay. Negli anni '80 si è aggiunto lo Zinfandel, che molti ritengono abbia affinità con il nostro Primitivo. Oggi vi sono oltre 800 aziende che operano in California, di cui almeno 50 sono di assoluto valore mondiale; le altre aziende sono ancora ancorate a tecnologie troppo sofisticate, a vini costruiti in cantina attraverso acidificazioni, filtrazioni ed uso smodato del legno. Le zone vinicole californiane rappresentano l'80% di tutta la produzione statunitense e vedono al primo posto la Napa Valley con i suoi grandiosi Cabernet Sauvignon, in grado di confrontarsi con i grandi Bordeaux. Le aree di denominazione (AVA: American Viticultural Area) sono un'istituzione recente e importante in California; attualmente sono un centinaio di cui 11 nella Napa Valley e 12 nella contea di Sonoma.

1) Mendocino: zona a nord di Sonoma, con un clima non omogeneo, più freddo verso l'Anderson Valley (zona costiera) e più caldo nella zona di Ukiah; vengono prodotti soprattutto vini rossi a base Zinfandel e Barbera.

2) Monterey: si estende a sud-est dell'omonima città e comprende la Salinas Valley. A seconda delle zone si producono vini da Chardonnay, Riesling e Pinot Noir.

3) Napa Valley: è senz'altro la zona più importante e vocata di tutta la California, situata intorno al monte Sant' Elena ed alla città di San Francisco. I vitigni più utilizzati sono Pinot NoirCabernet SauvignonChardonnay e Chenin Blanc.

4) Obispo: con San Luis comprende un'area di circa 3.000 ettari dove si producono vini da uve Zinfandel, Cabernet SauvignonChardonnay e Pinot Noir.

5) Sacramento: insieme a San Jochim, Madera e Fresno, costituisce la Central Valley. Nella zona denominata Madera si produce l'omonimo vino dell'isola a sud del Portogallo.
6) San Luis: (vedi punto 4).

7) Santa Barbara: questa zona comprende la Santa Maria Valley, dove si produce un ottimo Chardonnay e un caratteristico Pinot Noir, e la Santa Ynez Valley, piccola, fresca e spesso nebbiosa, adatta alle varietà borgognone verso il mare e a quelle bordolesi o del Rodano nell'entroterra.
8) Santa Clara Valley: è una contea situata a sud della San Francisco Bay; il suo nome proviene da una antica missione spagnola installata presso San José. Purtroppo questa zona risente di una forte speculazione edilizia a danno delle coltivazioni viticole.

9) Sonoma: questa contea si trova a nord della San Francisco Bay, tra la Napa e il mare ed è l'unica che può attualmente rivaleggiare con essa. Qui si producono vini da Cabernet SauvignonChardonnay, Zinfandel e Pinot Noir.

A proposito di .. simposio

Il simposio era un momento della vita sociale greca, in cui persone della stessa estrazione (eteria) si riunivano in un momento di vita consociata con lo scopo di scambiarsi idee ed opinioni riguardo a vari argomenti, ed un luogo riflessivo dove si cercava di comprendere meglio le pratiche sociali greche, dove si sviluppava la memoria collettiva, poetica e visiva, accompagnando le discussioni con cibo e vino. Ovviamente la coreografia dei banchetti, i piatti e le bevande che vi venivano serviti non erano sempre gli stessi: variavano con le epoche e i luoghi. Affrontando il tema del simposio è importante ricordare i concetti di spartizione e comunità, al centro della problematica greca dei banchetti, dove si fondevano la pratica del pasto sacrificale e del bere, due rituali che univano la dimensione sacra e quella sociale. Bisogna ricordare infatti che i Greci mangiavano solo carne sacrificata ed anche i pasti comuni alla città erano sempre introdotti da un sacrificio; il pasto sacrificale infatti aveva un duplice significato: da un lato richiamava alla memoria il tempo in cui uomini e dei banchettavano insieme, la cui commensalità caratterizzava popoli mitici, dall'altro segnava la separazione definitiva fra il mondo divino e quello umano, in quanto definiva lo statuto umano. Alcuni sacrifici terminavano con la distribuzione di parti di carne, altri conducevano alla consumazione in comune, ma i testi antichi hanno posto l'accento sull'espressione della divisione del pasto. Questa spartizione segue due modelli: uno gerarchico, dove le parti più prelibate erano date ad una piccola cerchia di persone scelte, l'altro egualitario, dove parti di peso uguale venivano distribuite a tutti i partecipanti. Quest'ultimo caso riflette l'immagine di una città nella quale ad una divisione in parti uguali del pasto corrisponde uguaglianza politica.
Anche il vino in Grecia antica non era una bevanda qualsiasi, ma il suo carattere divino, in quanto dono di Dioniso agli uomini, era sentito molto da tutta la società; il suo consumo però doveva sottostare ad alcune regole che lo rendevano un vero e proprio rituale posto sotto il controllo del dio: la regola principale era che non si doveva mai bere da soli ma in gruppo.
Per quanto riguarda la dimensione comunitaria del pasto e il consumo comune del cibo producevano tra i commensali una sorta di identità, rendevano più vicine le persone che vi partecipavano e lo spazio comune a questi doveva essere tale da consentire a ciascuno di vedere e sentire tutti gli altri in ugual modo. I momenti in cui avveniva un banchetto comune erano molteplici: occasioni politiche, gesti di ospitalità che si esprimevano con inviti a pranzo e ogni forma di associazione. Il pasto in comune era uno dei mezzi più usati dalla città per esprimere l'idea stessa di comunità civica e prendere parte ad un banchetto comune spesso sottintendeva il possedere la cittadinanza.

mercoledì 19 febbraio 2014

Venafro, piccolo gioiello artistico del Molise

Il suo nome latino, Venafrum, la dice lunga sulle origini di Venafro, gioiello storico e artistico del Molise in provincia di Isernia, posto in una piana suggestiva attraversata dal fiume Volturno e dal fiume San Bartolomeo, ai piedi del Monte Santa Croce. Tutto intorno a Venafro, lo sguardo spazia su un panorama suggestivo che vede sullo sfondo il Monte Sambucaro, il Monte Cesima, il Monte Corno e il Colle San Domenico.
Sono molti gli spunti di interesse storico e artistico che fanno di Venafro una meta che merita di essere inserita a pieno diritto in un itinerario turistico della provincia di Isernia. E basta una passeggiata per il centro storico della cittadina molisana per rendersene conto. Si può iniziare dalla Cattedrale di Venafro, immersa nel verde degli olivi, per poi percorrere via Duomo e arrivare fino alla chiesa e al Convento di S. Francesco. Non lontano, ecco il neoclassico Seminario Vescovile e, proprio davanti, la bella chiesa e il Convento di S. Chiara, dove ha sede il Museo Archeologico di Venafro. Superata la porta del Giudice Guglielmo, una breve salita conduce alla visione di altri due gioielli architettonici di Venafro: Palazzo Fiondella e Palazzo Siravo, con il suo armonico giardino pensile. Ancora pochi passi ed ecco la chiesa del Corpo di Cristo, l’aristocratico Palazzo Del Prete e, infine, la magnifica chiesa barocca dell’Annunziata. L’itinerario venafrano prosegue quindi con la visita dell’antica chiesa di S. Paolo e con il Castello Pandone prima di arrivare in piazza Cimorelli, dove si possono ammirare la Torre Caracciolo, la Casa Comunale, il monumento alla Bandiera e quello ai Caduti.
E non è ancora tutto: da vedere ci sono ancora Palazzo Mancini, Palazzo Martino, la chiesa di S. Agostino con il suo convento in cui è ospita la biblioteca comunale, il Palazzo Del Vecchio, la chiesa di S. Angelo, il Palazzo Manselli Scaramuzza e la chiesa di S. Sebastiano. Una curiosità Forse molti lo sanno già, ma per tutti gli altri ricordiamo che le sorgenti del Volturno e del San Bartolomeo si trovano proprio nel centro di Venafro, dove c’è il laghetto chiamato "la pescara". Particolarmente apprezzato, a partire dai tempi di Roma Antica è l'olio d'oliva prodotto nella zona di Venafro di cui parleremo più ampiamente in seguito.

Turismo e vino, Forbes ed Huffington Post scelgono il Belpaese

Mete enoturistiche sempre più apprezzate, le regioni italiane continuano a raccogliere attestati di stima da parte della stampa internazionale. Perché Wine Enthusiast, Forbes e The Huffington Post scelgono il Belpaese? I segreti di un successo che adesso dovrà dare i suoi frutti.
L'Italia nel gotha dell'enoturismo mondiale. Al di là di ogni auto-celebrazione, basta dare uno sguardo alla stampa estera delle ultime settimane per notare l'interesse crescente nei confronti del Belpaese, dove accanto all'arte, al paesaggio e al clima, fa la sua comparsa, con sempre maggiore frequenza, anche il vino.
L'ultima della lista, in ordine di tempo è la citazione del The Huffington Post, il portale di informazione on line più seguito al mondo, che ha eletto il Belpaese “top travel destination for cyclists”, inserendo tra i 14 motivi per amare l'Italia vari terroir del vino, tra cui Piemonte e Toscana. Il primo grazie ai suoi vini sempre più apprezzati nel mondo e per i suoi fazzoletti di vigneto che intervallano il verde delle colline e il bianco delle Alpi. Montepulciano, invece, per il suo Rosso e per il suo Nobile (ricordiamo che la cittadina senese è pronta per l'Anteprima, 19-20 febbraio) e per le sue tradizioni enogastronomiche, tra cui la gara del Bravio delle Botti, una corsa che si svolge in agosto e in cui gli atleti devono far rotolare le botti di vino nel suggestivo centro storico. Il vincitore porta a casa la botte in questione. Naturalmente piena.

Ma quello del The Huffington Post non è l'unico attestato di stima per il Belpaese. Andando indietro di qualche settimana è la rivista americanaForbesa portare l'Italia alla ribalta delle cronache enoturistiche, con la Franciacorta, nominata una delle “Six Exciting Wine Regions To Explore In 2014”. La classifica prende in considerazione i terroir del mondo più promettenti, ma ancora poco conosciuti. Se le intenzioni sono, quindi, delle migliori, forse il modo di comunicarlo non è troppo allettante: “La Franciacorta” si legge “offre una versione italiana della bellezza e dell’eleganza dello Champagne, con i suoi vini metodo classico, ottenuti da chardonnay e pinot nero, una lusinghiera imitazione dello stile dello Champagne, solitamente ad un miglior prezzo”. Al di là di questo, consòli il fatto che Franciacorta e Beaujolais, in Francia, sono gli unici terroir europei citati nella classifica, facendosi largo tra una selezione tutta a stelle e strisce: Western Sonoma Coast, Anderson Valley (in California), Virginia e Horse Heaven Hills (Stato di Washington).

Altra rivista, altro terroir: un mese fa l'Umbria ha conquistato il titolo di “Top 10 Wine Travel Destination 2014” assegnato dalla celebre rivista americana Wine Enthusiast. Unica citazione italiana accanto a Languedoc in Francia, Baden in Germania, Isole dell'Egeo in Grecia, Barossa Valley in Australia, Mendoza in Argentina, Sonoma, in California, Walla Walla nello Stato di Washington, Texas Hill Country in Texas e Valle de Guadalpe e Baja California in Messico.

Così l'Italia del vino arriva a quota tre riconoscimenti enoturistici in solo un mese. L'anno comincia bene, ma il Paese sarà capace di sfruttare tutto questo potenziale e di non deludere le aspettative turistiche degli stranieri? La Primavera sarà il banco di prova.