domenica 23 febbraio 2014

Alberto Morrocco, artista a metà strada tra Scozia e Ciociaria

All’estero vi è sostanzialmente una seconda Italia, come si sa. Gli emigrati in numero di circa trenta milioni che hanno lasciato il Paese tra il 1870-80 fino alla metà del secolo scorso rappresentano una seconda Italia, oggi, di circa sessantamilioni! Una realtà inaudita, incredibile, colossale: non credo che esista una vicenda analoga sul pianeta. Una forza immensa.
Le nostre autorità, da sempre, hanno provveduto solo marginalmente ad affrontare e a gestire questa seconda Italia, riferendosi e limitandosi  a questioni meramente e elementarmente  burocratiche: il passaporto, il servizio militare, il rinnovo di un documento, ecc. e a favorirne le ricche rimesse per circa un secolo. 
Anzi, queste comunità di emigrati  sono servite solo per giustificare la istituzione,  certamente da primato, di sedi ed uffici di rappresentanza che il più delle volte, se non sempre, rappresentano delle autentiche sinecure di bella vita cioè  amministrano sé stesse, senza alcun beneficio vero e autentico per le comunità e di riflesso per il loro paese originario o le loro origini.  A parte  qualche caso di retorica e di pathos, le autorità, anche quelle nostrane, nulla e niente conoscono, salvo il solito insignificante periodico viaggetto, di quello che avviene al di là delle Alpi con riferimento alle comunità una volta italiane.
Qui vogliamo soffermarci  su un episodio di cronaca che è occasione per richiamare alla memoria questa vicenda inaudita degli italiani all’estero e altresì il fatto che la prima emigrazione in assoluto dall’Italia verso alcuni Paesi al di là delle Alpi è iniziata, e durata nel tempo, proprio dalle  contrade della Ciociaria ed esattamente da alcuni paesetti arroccati sui monti che fanno corona alla Valle di Comino, già dalla fine del 1700: i pionieri, gli avamposti della diaspora. Eppure fino ad oggi eccetto che per il leone rampante e l’ippoterapia e la clown-terapia e il concorso giornalistico internazionale e il festival lirico e perfino  l’esperanto, nulla e niente si fa o si è fatto per i milioni di emigrati ciociari! Una disfatta insanabile, imperdonabile. 

E nella ricca comunità scozzese concentrata non solo in Glasgow e Edinburgo ma in tutte le cittadine verso il Nord quali Kircaldy, Perth, Dundee, Aberdeen, Stirling, se si prende l’elenco telefonico si resta sbalorditi nel costatare  quanti Caira, Visocchi, Vettese, Crolla, Pacitti, d’Inverno, Iaconelli, vi sono elencati e quanti imprenditori, alcuni inimmaginabili. E tra questi scozzesi ciociari sono fioriti sportivi, industriali, gente di cultura, imprenditori, professionisti, artisti. 
Tra questi ultimi vogliamo citare solo, rimanendo in Iscozia, Eduardo  Paolozzi (si noti: Eduardo), artista contemporaneo morto  cinque-sei anni fa, di enorme successo quale scultore e pittore, tanto, tra le molte onorificenze e cariche, da essere stato insignito del titolo di Sir dalla regina. Era originario di qualche paesino delle Mainarde ciociare o molisane: c’è poi Jack Vettriano, vivente, uno dei grandi artisti inglesi di oggi: in onore della madre, una Vettraino di Belmonte Castello, lui stesso ha trasformato il cognome in Vettriano.  
E poi, non per ultimo, c’è il nostro grande scozzese, pure lui di origine ciociara, della presente cronaca: Alberto Morrocco, anche lui, questa volta per errore burocratico dell’impiegato comunale, in realtà  originariamente Marrocco, figlio   di un Domenicantonio Marrocco da Cervaro, emigrato a Aberdeen fine 1800-inizi secolo dove alla fine faceva il gelataio caffettiere e che sposò  una Crolla Celestina che subito individuiamo come figlia della dinastia numerosa e avventurosa,  in gran parte dedita alla pastorizia, originaria delle Fontitune di Picinisco. 


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